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Sul Palazzo Rosso spicca la figura della pitonessa

Un barbiere nel Medioevo

Leg(g)gende pisane. Dal bastone di Asclepio ai pali dei barbieri torna dall’antichità il culto dei serpenti

PISA. Nel precedente articolo abbiamo annotato che il serpente, considerato oggi viscido simbolo del male, ebbe nell’antichità ben altra fama e considerazione. Uccidere il serpente, o il drago, equivaleva a prevalere e ad appropriarsi delle sue conoscenze.

Talvolta il serpente poteva assumere sembianze umane o essere antropizzato. La Bibbia chiama “pitonessa” (in Samuele, 28, 7. Versione Diodati) la sacerdotessa Pizia che pronunciava oracoli nel santuario di Delfi e alla quale re Samuele si rivolse per ottenere informazioni.


In ambito greco, la stessa sacerdotessa Pizia è messa in relazione al culto del mitologico “drago-serpente” sconfitto da Apollo. Ercole strangolò due serpenti quando era addirittura in culla, serpenti messi nella stanza da Anfitrione affinché scoprissero la verità sul concepimento del piccolo. Serpenti, pitonesse, bisce, tutti latori di saggezza.

Le bithie (bisce), nelle società matriarcali del I millennio avanti Cristo, sarebbero state le sacerdotesse degli Hyksos, popolo orientale migrato in Egitto e presente anche in Sardegna. Bithia (oggi Chia) era anche il nome di una città sulle coste meridionali della Sardegna, dove era presente un antico tempio dedicato al dio guaritore Bes, di cui le bithie erano appunto le sacerdotesse.

Ma i riferimenti ai culti antichi nutrirono il cristianesimo e sopravvissero al tempo. L’apostolo Paolo, in un incontro scontro con una vipera, fu morso ma non ebbe nessuna conseguenza nefasta. Anzi, da lì originò o (mutò) la leggenda per cui i discendenti di Paolo potevano avere grandi doti di guaritori.

Arriviamo al Medioevo. Nel testo di Giordano da Giano sulla vita di San Francesco si cita “la pitonessa” (“pythonissa”, cioè “indovina”): «Proprio in quel tempo viveva oltremare una “pitonessa” che prediceva molte cose vere, e per ciò in quella lingua era chiamata la “Veridica”. Ritornate! Ritornate! Perché per l’assenza di frate Francesco l’Ordine è turbato, si divide e si disperde». Ancora oggi nei territori abruzzesi, il culto dei serpenti è molto radicato.

Dunque la biscia, saggia, indovina, profetessa.

Ma anche città nel giudicato di Cagliari, Bithia appunto, con cui Pisa aveva stretti legami. Ed è proprio sul lungarno che si ritrova una statua che testimonia l’antico rapporto.

Il banchiere Tolomeo Assopardi fu Console del Mare nel 1212 ed ebbe rapporti certi con la Sardegna. La sua casa torre si affacciava sull’Arno in zona Porta Aurea. Nella prima metà del Trecento la famiglia degli Astajo fece costruire la propria dimora accorpando due case-torri, tra cui quella degli Assopardi.

Al posto della pietra, furono impiegati materiali più economici, ma in grado di garantire un effetto scenografico altrettanto elegante, ovvero elementi modulari in terracotta dal caratteristico colore rossiccio, che diedero il soprannome popolare di Palazzo Rosso, all’edificio.

La facciata, che pende leggermente verso destra a causa di un progressivo cedimento del terreno, è scandita in verticale da cinque pilastri in laterizio, che si prolungano dal livello della strada al tetto e sono rivestiti da formelle decorate con motivi antropomorfi e fitomorfi.

Il recente restauro ha evidenziato non solo che i laterizi decorati della facciata erano originariamente dipinti di un pigmento rosso a base di calce e cocciopesto, probabilmente per uniformarne la cromia, ma anche che restavano tracce di colori sulle varie sculture antropomorfe presenti in facciata, di cui la più popolare è quella della cosiddetta “pitonessa”.

Si tratta di una figura femminile che con la mano sinistra si sorregge la veste e mantiene un libro. Con la destra, invece, tiene ben stretto un serpente a fauci aperte, ma non lo teme, tant’è che la donna volge lo sguardo dal lato opposto.

Non si rinvengono in Pisa altri riferimenti o tracce al culto antico dei serpenti, a meno di un bellissimo anello appartenuto a una famiglia nobiliare, che rappresenta addirittura un serpente che si attorciglia alla Torre pendente. Però, non me ne vogliano i barbieri, qualche serpente avvolto al bastone, in foggia moderna, lo troviamo anche oggi. Mutuati dal mondo anglosassone, i pali bianchi con strisce avvolte blu e rosse, richiamano all’antica funzione del barbiere-cerusico, che praticava i salassi e incideva gli accessi. Erano chirurghi “di grembiule” per distinguerli da quelli che avevano studiato.

Dal bastone di Asclepio alle insegne dei barbieri, i saggi e silenti serpenti fanno ancora mostra di sé, basta saperli scorgere anche nella nostra Pisa.

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