Viaggio a Sant'Ermete tra freddo, muffa e quell’attesa infinita

Uno dei palazzi con case popolari a Sant'Ermete (Foto Fabio Muzzi)

Nelle case popolari a Pisa che avrebbero già essere abbattute malfunzionamenti e infiltrazioni sono la quotidianità di decine di famiglie

PISA. A casa di Suada fa freddo. Non bastano i maglioni, né i cappelli di lana a difendersi dalle basse temperature che avvolgono il piccolo appartamento di Sant’Ermete. In ogni camera c’è un termosifone. Uno è persino nel ristretto corridoio. O meglio, in quel piccolo ambiente che separa le stanze. È lì, quasi a idealizzare un calore di cui quella famiglia non ha mai goduto. «Ormai non proviamo neppure più ad avviarlo il riscaldamento. Non funziona, non ha mai funzionato», dice Suada Bekirovska, 42 anni, da due anni assegnataria di un alloggio Erp nel vecchio villaggio popolare di Sant’Ermete a Pisa dove abita con marito e due figli. «Abbiamo pagato un tecnico per capire cosa non va. Tutto inutile: l’impianto, seppur abbastanza nuovo, è stato installato male. L’unica soluzione è rifarlo». A casa di Suada fa freddo, ma non solo. L’aria è irrespirabile. Aggredisce le narici e, subito dopo, la gola. Occorrono dieci, quindici minuti per abituare il naso a quell’odore penetrante, acre, quasi insopportabile. «Lo senti, eh», esclama Suada. «Guarda – dice indicando il soffitto della cameretta –, proviene tutto da lì. È colpa di quella maledetta infiltrazione». Una macchia, uno squarcio scuro nel muro. Acqua, muffa, umidità. Un metaforico pianto di quelle mura che da anni attendono un intervento. Nella casa di Suada e in altre decine di alloggi del vecchio villaggio popolare.

Una delle numerose infiltrazioni all'interno degli alloggi popolari a Sant'Ermete (Foto Fabio Muzzi)


Gli sos lanciati ad Apes non sono serviti. Né sono bastate le pennellate di pittura antimuffa che ogni tre mesi rinvigoriscono i colori sgargianti, ma non riescono ad asciugare quelle lacrime. Scorrono. Da anni continuano a scorrere macchiando pareti e penetrando nei polmoni.

«Lo spray. Mio figlio di 15 anni è diventato asmatico ed è costretto a convivere con lo spray – lamenta Suada –. Senza questa bomboletta non respira. Si è ammalato qui, in questa casa. E anche il medico ha detto che qui non deve rimanere. La nostra speranza è lì, a pochi metri».

Dalla porta di ingresso, Suada guarda quel cantiere. Un recinto di metallo e blocchi di cemento. Due palazzine. Una conclusa, l’altra rimasta a metà. Da due anni dovrebbe ospitare 72 famiglie e quel riscatto che per gli abitanti di Sant’Ermete equivale a ritrovare una dignità ormai smarrita. Oggi è una linea immaginaria a dividere in due il quartiere.

Il presente, che da anni dovrebbe rappresentare il passato, fatto di degrado e precarietà. Instabilità e, in molti casi, inagibilità. Il futuro, che da tempo i residenti attendono di trasformare in presente, da materializzare nei nuovi stabili. Moderni e colorati. Una rinascita, per il momento rimasta solo sulla carta. Avvolta ancora nel grigiore di un cantiere da completare. Imponenti, gli stabili si ergono lungo via Emilia, quasi a voler nascondere quel vecchio villaggio costruito oltre 70 anni fa, da un decennio trasformato in un dormitorio dove far convivere emergenze abitative, economiche e sociali.



Una novantina di nuclei familiari, oltre 250 persone. Storie diverse, unite dalla ricerca di una dignità abitativa e di un riscatto sociale. «Ringrazio Apes che nel 2018 mi ha assegnato la casa, ma da allora attendo la registrazione del contratto», dice Nordine Abouselsahadi, 46 anni. «Attendo anche una soluzione alle tante criticità, soprattutto infiltrazioni e muffe. Mio figlio è nato qui, in questa piccola casa. Ha due anni e da due anni ogni due mesi andiamo al Meyer per controlli. Ha problemi ai reni e le condizioni della casa non aiutano a lenire le difficoltà. In questa casa, l’acqua è quasi tossica. Dobbiamo lavare tutte le cose del bambino con l’acqua del supermercato». Meno di 40 metri quadrati, quattro persone. I bidoni di vernici diventati parte integrante dell’arredamento. «Ogni quattro mesi tinteggio la casa per combattere la muffa. Una battaglia che non sono mai riuscito a vincere – continua il 46enne –. Abbiamo spostato i mobili dalle pareti: in questo modo si crea meno condensa e meno muffa, ma allo stesso tempo la casa si “restringe”. Viviamo in attesa di qualcosa di meglio». Una speranza. Per qualcuno durata anni, per altri concretizzatasi dopo decenni.

«Ricordo la cantina dello stabile dove abitavo: era ricoperta di funghi», dice Lucia Fanucci, 69 anni di cui 40 trascorsi in uno di quegli appartamenti destinati all’abbattimento, ma da tempo costretti a resistere a crolli, cedimenti e problemi strutturali. «In 40 anni è cambiato tutto, ma purtroppo tutto è cambiato in peggio», prosegue. Prima le promesse, poi lo svuotamento del quartiere. Infine l’attesa di entrare in una nuova casa. Rimandata, di mese in mese, di anno in anno.

«Cambia l’amministrazione, cambiano i colori politici, ma i problemi rimangono gli stessi. Le promesse anche» dice Andrea Giovannini, 58 anni, membro del Comitato di Sant’Ermete. «Qui prima c’erano quasi mille persone – prosegue –. Dal 2010, con l’avvio del progetto di riqualificazione, hanno iniziato ad incentivare la mobilità, svuotando il quartiere, diventato il luogo per far fronte all’emergenza abitativa. Il risultato sono decine e decine di case vuote, abbandonate e in stato di degrado, mentre a pochi metri altre attendono di essere completate. Le stesse che per tante famiglie significano alloggi sicuri, ma soprattutto ritrovare una dignità per troppo tempo negata».