Malacarne boccia l’ospedale di Pisa: «Disonesto respingere i familiari per la pandemia»

Il medico da poco in pensione contesta il divieto di accesso dei parenti. «Nel mio reparto lo consentivo, niente contagi. Ipocriti i dirigenti che dicono no»

PISA. La diplomazia non faceva parte del suo vocabolario quando guidava una delle rianimazioni di Cisanello.

Andato in pensione a fine anno, il dottor Paolo Malacarne resta in servizio permanente effettivo come coscienza critica di una sanità pubblica che censurava prima nelle sue lacune e a cui non fa sconti neppure ora che è un ex uscito dalla trincea.


Il tema degli accessi vietati ai parenti dei ricoverati lo aveva già sollevato con durezza nella prima parte della pandemia. Per Malacarne la presenza dei familiari è una sorta di medicina per il paziente.

«Riparte la pandemia, ripartono le chiusure ai familiari: un misto di disonestà intellettuale, ipocrisia e miopia etica e deontologica» è l’affondo consegnato a un post su Facebook.

Dal 28 dicembre è di nuovo operativa la disposizione, già sperimentata in marzo e ottobre 2020, che afferma: “…è vietato l’accesso di visitatori e parenti/caregiver, fatto salvo situazioni di particolare fragilità e vulnerabilità autorizzate, in forma scritta, dal direttore della struttura (leggi: primario) che è da ritenersi implicitamente autorizzato dalla direzione Sanitaria…” Il divieto di accesso è motivato dal pericolo che l’accesso dei familiari sia causa di contagio per malati e sanitari – riprende il medico in pensione –. Riparte quindi il “calvario di malati e familiari “titolava “La Repubblica” martedì. Ma davvero non abbiamo imparato nulla dall’esperienza di due anni di pandemia? È intellettualmente disonesto vietare l’accesso ai familiari, perché l’esperienza di quei pochi reparti non-Covid che non hanno mai vietato l’accesso ai familiari in questi due anni (e tra questi la Rianimazione non Covid che ho avuto l’onore di dirigere fino al 30 dicembre scorso, nella quale i familiari sono sempre entrati, con buon senso e prudenza, per 12 ore al giorno, e continuano a entrare tuttora) non hanno registrato contagi causati dai familiari, né tra gli operatori né tra i malati; non così si può dire dei reparti che hanno rigorosamente vietato l’accesso, all’interno di alcuni dei quali si sono comunque registrati contagi tra gli operatori e, sia pur raramente, tra i malati, evidentemente non causati dai familiari assenti».

Secondo il medico è ipocrita vietare l’accesso ai familiari, «perché quegli stessi dirigenti sanitari che vietano l’accesso, se si trovano nella condizione di “familiare” sicuramente trovano il modo di andare a fare visita al proprio congiunto o amico ricoverato. È eticamente e deontologicamente miope non prendere atto che la stragrande maggioranza, se non la quasi totalità, delle persona malate che sono ricoverate in ospedale sono “particolarmente fragili e vulnerabili” e quindi sono in una condizione per la quale i direttori delle strutture dovrebbero automaticamente autorizzare l’accesso al familiare. Tenere fuori i familiari è molto semplice, all’apparenza utile. Farli entrare è più difficile; comporta problemi organizzativi di non semplice soluzione e assunzione di responsabilità: meglio quindi seguire la via larga del divieto piuttosto che la via stretta dell’accesso con buon senso e prudenza. Ma nella via larga non c’è deontologia, non c’è etica, non c’è né accoglienza né presa in cura».