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Prendeva soldi per false missioni, licenziato funzionario statale accusato di truffa aggravata

La sede dell’Unep in via Nenni (FOTO MUZZI)

Arrestato dalla polizia, l’impiegato del Tribunale ha ammesso ogni responsabilità. Indennità quantificate a ribasso a 26mila euro

PISA. Licenziato prima ancora della richiesta di rinvio a giudizio. Antonio Meloni, 61 anni, di Vicopisano, non è più un dipendente del ministero della Giustizia. L’ormai ex funzionario dell’Unep (Ufficio notifiche esecuzioni e protesti) ha interrotto ogni rapporto con lo Stato che, in modo unilaterale, ha risolto il contratto di lavoro con la misura più estrema, quella del licenziamento.

Arrestato a metà aprile per truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atto pubblico e sostituzione di persona, Meloni, reo confesso, da maggio è tornato in libertà. Non ha più messo piede nell’ufficio di via Nenni e con il provvedimento del ministero è fuori dall’organico del Tribunale di Pisa.


Difeso dall’avvocato Andrea Di Giuliomaria e dal professor Enrico Marzaduri, l’ex funzionario pubblico ha rappresentato alla Procura (pm Miriam Pamela Romano) una situazione psicologica di particolare vulnerabilità.

Una consulenza di parte che metterebbe in dubbio le facoltà mentali dell’indagato. Sulla base della produzione del documento da parte dei legali, il pm ha chiesto un incidente probatorio davanti al gip per fissare il passaggio sulle condizioni di salute di Meloni. Nelle prossime settimane il giudice nominerà un perito - uno psichiatra - ponendogli il quesito sulla capacità di intendere e volere dell’indagato e della sua capacità di stare in giudizio.

La confessione al momento della convalida dell’arresto fu immediata. Non poteva negare quello che a livello documentale gli investigatori della squadra mobile e della polizia giudiziaria della Procura avevano scoperto nel corso delle indagini. Ci sono almeno 2.500 atti ritenuti inquinati da Meloni.

Diversi anni fa, all’epoca della pretura di Pontedera, aveva avuto altri guai con la giustizia per peculato e falso ideologico a causa della sparizione di numerose marche da bollo. Era rimasto al suo posto. Ha ammesso di aver creato documenti falsi per giustificare sulla carta la necessità di presentarsi su pignoramenti e sfratti quando di fatto non si muoveva dall’ufficio. Le indennità previste dagli accessi all’esterno andavano a integrare lo stipendio. Un conto provvisorio per difetto quantifica in 26mila euro i soldi presi, ma il calcolo è ancora in corso. Un’ulteriore ipotesi di accusa riguarda l’abilità con cui Meloni si sarebbe adeguato allo stop delle presenze negli uffici pubblici. Era lui a telefonare, spacciandosi per avvocato bisognoso di un ufficiale giudiziario. A quel punto aveva già avviato la pratica su cui costruire accessi fasulli, ma dall’indennità aggiuntiva certa.

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