La ricercatrice si vaccina in Francia e affronta un'odissea per farsi convalidare il green pass in Italia

Nel nostro paese era un'apolide del vaccino: poteva usarlo per entrare nei locali ma con il super green pass rischiava di non potere lavorare

PISA. Avere un Green pass valido per entrare nei bar o andare ai concerti, rischiando di non poterlo esibire al lavoro con l’avvento del super Green pass. È il paradosso che è toccato a una ricercatrice pisana che si è vaccinata in Francia, dove ha concluso il suo dottorato, al suo rientro in Italia. E che ha risolto più per la sua ostinazione che per meriti del sistema.

Doppia dose in Francia, dove si può essere vaccinati anche se non si è iscritti al sistema sanitario. Lei, come studentessa internazionale, si poteva vaccinare . Una prima differenza con l’Italia. Margherita, la ricercatrice, finisce il suo ciclo a giugno e poi rientra in Italia.


Ai cittadini francesi vaccinati vengono date due attestazioni: una si chiama “attestazione di vaccinazione” che ha un Qr code che si scansiona sull’app governativa e genera il Green pass; e un secondo documento, la “sintesi di vaccinazione”, dove ci sono i dati che vengono trasmessi al sistema sanitario nazionale. A Margherita quest’ultimo non viene dato, perché non è iscritta al sistema sanitario francese. Ma la cosa lì per lì non la preoccupa.

Non la preoccupa nemmeno l’uso del Green pass in Italia. La pratica quotidiana conferma la sua serenità: ogni volta che le viene chiesto di esibirlo, bip!, codice verde e nessun problema.

I problemi arrivano quando chiede il riconoscimento del suo Green pass all’Asl Toscana Nord Ovest. Ne ha bisogno per ragioni di lavoro. Manda i suoi attestati facendo una traduzione giurata e aspetta fiduciosa. «Mai avrei immaginato potessero sorgere problemi, avevo i certificati e il Green pass», racconta stupita.

La circolare ministeriale italiana che spiega la procedura per farsi convalidare i vaccini dall’estero uscì i primi di agosto. Tra le prescrizioni c’è un punto che inguaia Margherita: è richiesto il numero del lotto del vaccino. Che ovviamente è stampato sulla “sintesi di vaccinazione”, l’unico documento che l’accorta Margherita non ha. E non può avere.

L’Asl infatti risponde picche alla sua richiesta: senza il numero del lotto il suo vaccino non sarà riconosciuto. Da quel momento, per qualche giorno, Margherita è un apolide del vaccino. Le difese immunitarie dentro di sé, la fredda burocrazia sopra di sé.

Il problema è reale, perché Margherita vorrebbe inviare le messe a disposizione per lavorare a scuola, ma con l’obbligo vaccinale per gli insegnanti non può: i suoi vaccini non sono riconosciuti. E lo stesso problema avrebbe con la terza dose. Attenta studiosa di testi per vocazione, non si rassegna e cerca soluzioni tra Faq, siti e istruzioni ministeriali. Capisce che deve scrivere all’Asl, ma alle mail non rispondono e suggeriscono un link. Invalido. Le dicono di chiamare un numero: risponde una voce automatica che indica un modulo. Lo compila e spera. La soluzione arriverà solo qualche giorno più tardi, da un disponibile operatore del centro vaccinale francese militare dove fece la seconda dose. È lui a rintracciare il suo lotto e mandarglielo. E così Margherita è vaccinata anche in Italia. Ma non lo era già? Potenza della burocrazia.© RIPRODUZIONE RISERVATA