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Invalida a vent'anni dopo l'intervento, ospedale e medico dovranno pagare 700mila euro

Un intervento chirurgico

Pisa. Aveva vent’anni, un diploma e il desiderio di realizzarsi nella vita anche attraverso il traguardo della laurea. Un intervento di artroscopia a un ginocchio l’ha condannata a una disabilità permanente al punto da dover abbandonare gli studi. Adesso sarà risarcita. Ecco cosa ha stabilito il tribunale

PISA. Aveva vent’anni, un diploma e il desiderio di realizzarsi nella vita anche attraverso il traguardo della laurea. Un intervento di artroscopia a un ginocchio l’ha condannata a una disabilità permanente al punto da dover abbandonare gli studi, limitare le proprie relazioni sociali e personali e trovare un lavoro al massimo come invalida civile.

Lei quel giorno non poteva saperlo, ma i sogni di una ragazza animata dalle legittime aspirazioni di una ventenne erano naufragati nell’agosto 2003 con quella maledetta operazione a un ginocchio eseguita con negligenza da un chirurgo ortopedico dell’Azienda ospedaliera nella struttura di Calambrone. Un parziale ristoro, quello che la legge regolamenta con tabelle e consulenze mediche, è arrivato con la sentenza del Tribunale civile, giudice Eleonora Polidori, che condanna l’Aoup e, in solido, il medico a risarcire con circa 700mila euro a quella che ora è una donna di 38 anni dalla vita menomata nelle prospettive e nel fisico. Un importo di 20mila euro viene assegnato anche ai genitori, colpiti da un evento drammatico che cambiò in peggio anche la loro esistenza. L’assicurazione Unipolsai pagherà l’importo preteso dal chirurgo che nel 2005 ebbe anche uno strascico giudiziario per l’intervento mal riuscito patteggiando un mese e 20 giorni - convertiti in multa - per lesioni personali.


Un errore evidente commesso in sala operatoria che per il consulente del Tribunale, fatto cento il danno, almeno per il 75 per cento va addebitato all’ortopedico. Dopo averla visitata, il medico aveva chiarito alla giovane che era necessario operarla al crociato posteriore. La lesione fu fatale. Al netto dei tecnicismi da letteratura scientifica, di fatto venne lesionato un nervo della gamba operata e anche a livello vascolare il danno fu rilevante al punto da dover procedere con un altro intervento specialistico. L’assenza di controlli successivi alla prima operazione ritardò qualunque tentativo di rimediare allo sbaglio iniziale.

Non solo dolori lancinanti contro i quali gli analgesici non sortivano gli effetti desiderati. Ma anche la funzionalità dell’arto risultò compromessa. E in maniera pesante. Al punto dover applicare un tutore, muoversi spesso con le stampelle e dire per sempre addio a un uso pieno e completo dell’arto. Una sorta di mutilazione nelle funzioni che contribuì a provocare uno stato depressivo alla giovane, poi costretta a lasciare gli studi e a non laurearsi nonostante un diploma liceale. Scrive il giudice: «Tutti i meccanismi eziopatogenetici ipotizzati sono comunque riconducibili a un difetto di tecnica chirurgica, per cui in buona sostanza la duplice lesione – vascolare e nervosa (sciaticopopliteo interno e sciatico-popliteo esterno) – risulta riconducibile a una errata condotta dei sanitari dell’Azienda (il chirurgo, ndr) convenuta in occasione della procedura artroscopica del 4 agosto 2003».

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