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La tragedia di Calambrone: la mamma di Samantha alla sbarra con l’accusa di omicidio volontario

Per lo stesso reato il patrigno è stato condannato all'ergastolo con sentenza confermata in Cassazione

PISA. Sarà un processo veloce quello in cui una mamma è accusata di omicidio volontario aggravato della figlia di 4 anni. È la tragedia di Calambrone. La morte di Samantha, sfinita dalle botte del compagno della madre.

Per lo stesso reato il patrigno Tonino Krstic è stato condannato all’ergastolo con sentenza confermata dalla Cassazione.


Juana Francisca De Olmo, 39 anni, dominicana, domiciliata a Rapallo (Genova) poteva evitare quell’accanimento bestiale? Era in grado di telefonare al 118 dando l’indirizzo giusto dopo la chiamata del compagno che nel pomeriggio del 27 aprile 2016 fornì una localizzazione sbagliata ai soccorritori, salvo poi telefonare alle sette di sera riferendo le informazioni giuste, ma ormai inutili?

È il tema del processo che ieri si è aperto in Corte d’Assise (presidente Dani, a latere Zucconi) con pm Giancarlo Dominijanni, lo stesso del dibattimento per Krstic e del rito abbreviato in cui la donna fu condannata a 12 anni per maltrattamenti culminati nel decesso della piccina. In appello i giudici avevano annullato la condanna imponendo alla Procura di procedere per omicidio volontario aggravato in concorso.

L’imputata, ieri assente in aula, è difesa dall’avvocato Elisa Castellacci.

Il legale ha chiesto che siano chiamati a testimoniare i genitori e il fratello di Tonino per spiegare «l’escalation di violenza che regnava nella baracca nei giorni precedenti la tragedia e che li costrinse ad andarsene».

Saranno sentiti anche il padre e il fratello di Samantha e alcuni carabinieri intervenuti nel tugurio di Calambrone sul viale del Tirreno, da tempo abbattuto. Tra i testimoni anche il tabaccaio che vide il pomeriggio del 27 aprile 2016 Tonino tenere per mano Francisca, come per immobilizzarla e controllarla, all’interno del pubblico esercizio. Le perizie, un racconto doloroso su quello che i medici legali accertarono sul corpicino della bimba, si ritengono acquisite agli atti.

«Non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo» è il punto nodale della nuova contestazione che equipara Francisca nel concorso del reato al boia di sua figlia, condannato all’ergastolo in appello (30 anni in primo grado) e ricorso respinto in Cassazione.

«Non escludo che la mia cliente possa partecipare alle udienze – afferma l’avvocato Castellacci –. Non è irreperibile, siamo in contatto». L’imputata rischia l’ergastolo. Prossima udienza il 12 ottobre con i primi testi.