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Rogo del Monte Serra, Franceschi condannato a 12 anni: «Fa male sapere che è uno di noi»

Giacomo Franceschi in tenuta antincendio

L'ex volontario dell'antincendio boschivo è stato condannato per l'incendio del 2018. Secondo la Procura l'imputato «aveva previsto gli eventi e li aveva voluti con premeditazione». Il movente? Il desiderio di dare per primo l'allarme del rogo e prodigarsi come il volontario più attivo e reattivo dell'associazione

PISA. C'è un colpevole per lo scempio che la sera del 24 settembre del 2018 trasformò buona parte dei Monti Pisani in un paesaggio lunare con crateri e superfici scarnificate dal fuoco. Lo ha stabilito il collegio giudicante del Tribunale di Pisa condannando a 12 anni di reclusione Giacomo Franceschi, 40 anni, di Calci, ex volontario del gruppo antincendio Gva "Paolo Logli", riconosciuto responsabile di incendio boschivo doloso e disastro ambientale. Disposte provvisionali per 360mila euro a favore dei Comuni di Calci e Vicopisano, del gruppo antincendio di cui faceva parte l'imputato e di un'associazione ambientalista.

Alle 18,36 la lettura del dispositivo che lascia senza parole l'imputato presente in aula come in quasi tutte le udienze. Un verdetto che spinge la pena tra le più alte mai inflitte in Italia per simili reati. La devastazione del territorio fu pesante: 1.200 ettari tra bosco, uliveti e coltivazioni in fumo, quattro case distrutte e altre otto con danni seri. Il difensore dell'imputato, l'avvocato Mario De Giorgio precisa che «la sentenza, come tutte le altre, va prima di tutto rispettata. Ne leggerò le motivazioni e poi certamente proporrò appello, ritenendo che Giacomo Franceschi, come a mio giudizio è emerso anche nel corso del processo, non sia il piromane del Monte Serra».

Secondo la Procura - il pm Flavia Alemi aveva chiesto 15 anni - l'imputato «aveva previsto gli eventi e li aveva voluti con premeditazione».Il movente? Il desiderio di dare per primo l'allarme del rogo e prodigarsi come il volontario più attivo e reattivo dell'associazione. Magari non aveva calcolato che quella sera il vento avrebbe potuto scombinargli i piani. Le fiamme in pochi minuti intorno alle 22 a Calci divamparono in una propagazione fuori controllo e per giorni centinaia tra vigili del fuoco e volontari furono impegnati nel domare il rogo e bonificare quello che era rimasto sul terreno. Quello che per il primo grado di giudizio è il piromane del Serra, venne arrestato nel dicembre 2018 dai carabinieri del nucleo investigativo. Nell'interrogatorio di convalida, accanto all'avvocato d'ufficio, firmò un verbale di sostanziale ammissione di colpa salvo poi ritrattare le dichiarazioni spontanee il giorno dopo davanti al giudice delle indagini preliminari. Ma quelle parole sono rimaste scolpite negli atti e il corso del dibattimento non le ha disinnescate.Arrivato sul punto dell'innesco Franceschi aveva riferito agli inquirenti: «Mi sono seduto perché ero in preda a un attacco di panico e ho tirato fuori l'accendino e ho bruciato i fili della tuta. Con me avevo un pezzo di carta, uno scontrino, che ho acceso lasciandolo lì. Avevo bisogno del farmaco che prendo».

Franceschi, dopo una prima ammissione colposa del fatto, aveva come rimosso quanto detto e sottoscritto davanti a pm e carabinieri. Chiamato a dare la sua versione dei fatti, in aula aveva dichiarato: «Sono stato nove mesi in carcere e un anno ai domiciliari. Mi è servito per pensare. La sera del 24 settembre 2018 non ero sul Serra. Ci sono andato con le squadre antincendio. Quando ho detto ai carabinieri e al magistrato che c'ero stato ero in piena confusione, panico totale. Non so neanche io perché le ho dette quelle cose». Un cambio di rotta radicale non creduto dai giudici.L'altro mattone dell'accusa è stato il passaggio di una Panda celeste (come quella della madre dell'imputato) alle 19,49 di ritorno dal Serra con un braccio che spunta dal finestrino in cui la telecamera riprende una tuta arancione come quella dei volontari del Gva. «Se non era Franceschi era il suo sosia», aveva sottolineato la pm.

Le reazioni
«Una sentenza che fa male perché accerta, anche se in primo grado, la colpevolezza di uno della nostra comunità». È la reazione dei sindaci di Calci, Massimiliano Ghimenti e di Vicopisano, Matteo Ferrucci, pochi minuti dopo la sentenza di primo grado in cui Giacomo Franceschi viene condannato a 12 anni per il disastro dei Monti Pisani.

Il collegio giudicante (presidente Dani, a latere Iadaresta e Grieco) ha anche disposto una provvisionale di 250mila euro a favore del Comune di Calci; (avvocato Laura Antonelli), centomila per Vicopisano (avvocato Silvia Fulceri); 10mila per il gruppo antincendio “Paolo Logli” (avvocato Lorenzo Stefani), di cui Franceschi faceva parte, e 5mila a favore della Lega per l’abolizione della caccia (avvocato Valentina Angelini). Un conto parziale di 360mila euro. Laura Antonelli assiste anche il Comune di Buti che ha deciso di rinunciare al risarcimento lasciando la sua quota ai Comuni che hanno subìto i danni maggiori. Spiega il legale: «Ci riteniamo soddisfatti perché avevamo interpretato in senso colpevolista le risultanze istruttorie. I risarcimenti saranno più virtuali che reali, ma almeno si tratta del riconoscimento di una sofferenza per le comunità. Ci sono state famiglie evacuate, frutteti e coltivazioni distrutti, animali morti».

Il sindaco di Calci Ghimenti prende atto di questa «sentenza di colpevolezza per un calcesano, fatto che fa ulteriormente male. Siamo a un primo grado di giudizio, attenderemo di leggere le motivazioni e vedremo se sarà presentato appello. Quando saremo in presenza di una condanna definitiva ci esprimeremo in maniera più compiuta e complessiva, adesso attendiamo con piena fiducia nella magistratura l’evolversi della situazione. Quello che è certo e che diciamo fin dal primo giorno - motivo per il quale ci siamo costituiti parte civile - e non ci stancheremo mai di dire è che vogliamo che giustizia venga fatta per lo scempio che il territorio ha subito. E continuiamo ad auspicare per chiunque dovesse essere riconosciuto colpevole in via definitiva una pena severa, adeguata al disastro compiuto, affinché nessuno si sogni più di replicare simili gesti che mettono a rischio le comunità ed i territori». Il sindaco di Vicopisano Ferrucci: «Fino al terzo grado di giudizio vale la presunzione di innocenza. La sentenza, però, traccia una linea netta. È un verdetto che fa male perché riguarda un cittadino della nostra comunità e questo rende il pronunciamento ancora più doloroso».

I retroscena
L'associazione Gva "Paolo Logli" era la sua seconda famiglia. Una passione totalizzante quella di Giacomo Franceschi per l'antincendio. Disoccupato per lunghi periodi, il 40enne ex volontario era tra i più assidui nelle presenze al servizio del gruppo. Ci teneva a distinguersi per impegno e abnegazione.Un eccesso di partecipazione che con il senno di poi trova posto anche nel movente del rogo. In un'intercettazione ambientale captata alcuni mesi dopo l'incendio Franceschi nella sua Toyota Yaris viene ascoltato recitare l'atto di dolore o anche l'Ave Maria .La pm ha rimarcato in aula che «più volte lo hanno sentito (intercettazioni in auto, ndr) pregare in zona, recitare l' atto di dolore che è una preghiera che segue la confessione». Una preghiera come invocazione di un perdono. L'altra perplessità investigativa, sottolineata dalla Cassazione nel confermare la misura cautelare ribadita dal Tribunale del Riesame, è la circostanza «che Franceschi avesse avvisato dell'incendio il presidente dell'associazione di volontariato di cui faceva parte alle 22,05 del 24 settembre 2018, cioè dodici minuti prima che fosse dato l'allarme». Non solo. Quando lo arrestarono nel corso della perquisizione gli trovarono in tasca un foglietto ripiegato. Lo aprirono e videro che riportava una sorta di scaletta. Una sequenza di appunti per fissare la versione giusta da ripetere visto che nei precedenti incontri a sommarie informazioni aveva zoppicato un po' troppo e anche lui se ne era reso conto. Un copione da mandare a memoria per non inciampare di nuovo. E, invece, nell'ultimo incontro che aveva preceduto l'arresto in carcere, Franceschi aveva consegnato in maniera inconsapevole l'ultimo tassello che lo incastra. Nel corso della conversazione, l'ultima senza avvocato, un ufficiale dell'Arma gli aveva chiesto di fargli vedere il cellulare. Dopo aver aperto l'applicazione di Google Maps aveva consultato la cronologia. La sera del 24 intorno alle dieci, in coincidenza con i primi bagliori visibili dalla Gabella, Franceschi era in zona. Durante il fermo, assistito da un legale, aveva fornito una versione colposa dell'evento poi ritrattata lamentando problemi di salute e confusione mentale.

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