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«L’albergo covid è come stare in galera»

Le lamentele di due ospiti della struttura a Migliarino: «Non si può uscire a prendere aria, chiusi per un mese non fa bene»

PISA. «Ah, che bell' 'o cafè, pure in carcere 'o sanno fa». Fabrizio De Andrè l’umanità avvilita e traffichina dei carcerati di Poggioreale, a Napoli, se la immaginava così; a evadere dallo squallore delle celle, sognando libertà davanti a un caffè. Quella “crema d’arabia” che non possono prepararsi gli ospiti/pazienti dell’hotel covid Meditur a Migliarino, dove nelle «stanze non c’è nemmeno un fornellino per scaldarsi il cibo. O farsi un caffè. E non si può uscire dalla stanza, sembra di stare in carcere», come racconta Elena Soldaini.

“La permanenza in albergo sanitario è raccomandata quando a domicilio non sono presenti le condizioni strutturali per attuare un rigoroso isolamento e, quindi, non è possibile tutelare i conviventi della persona risultata positiva al Covid 19”. Questo il principio, riportato sul sito Usl Toscana Nord Ovest, che ha portato all’attivazione del servizio. Spesso dunque, chi ha bisogno di un alloggio, vive in case piccole, magari affollate, dove l’isolamento non è possibile e mettere a rischio gli altri diventa inevitabile. Non sono le classi agiate, insomma, a finire negli alberghi covid.


Il caso di Elena è esemplare: «I primi giorni, quando la malattia era in forma più severa, sono rimasta a casa. Avevo sinceramente paura di andare là, dove sarei stata sola. Poi però ho deciso di andare via, perché oltre al rischio della malattia c’era anche un problema economico».

Elena ha un marito e tre figli. In famiglia lavora soltanto lui, mentre lei quando può trova occupazioni saltuarie. «Avendo un solo reddito la preoccupazione era seria: mio marito avrebbe dovuto fare la quarantena, perché non poteva stare separato da me».

Il 6 agosto l’Inps ha fatto presente che mancano le coperture e dunque la quarantena non è più assimilabile alla malattia. Tradotto: chi resta in casa non prende stipendio. «Il prossimo mese insomma saremmo rimasti a zero», dice Elena. E così chiede di andare in una struttura.

«Non mi aspettavo di trovare un albergo a 5 stelle, intendiamoci. Prima di venire ho provato a informarmi su come fosse, se si poteva andare nel piazzale a prendere aria. Sono stata tranquillizzata: mi hanno detto che essendo tutti Covid non c’erano problemi, non è una galera. La situazione è diversa. Ognuno è dentro la sua stanza, non si può uscire dalla porta: nemmeno nel cortile o nel corridoio. E qui ho avuto degli attacchi di panico, per fortuna piccoli. Perché è una situazione claustrofobica».

Nella stessa struttura sta passando la sua quarantena Emma (non è il suo vero nome, per privacy ci ha chiesto di usarne uno di fantasia), una giovane insegnante che è isolata da venti giorni. «Non prendere aria per un mese fa anche male fisicamente, si sta chiusi come in un carcere. Io non posso uscire ma la stanza non è chiusa a chiave e dunque si può entrare da fuori. Una cosa che mi fa sentire a disagio. Mi pare assurdo che non si possa uscire quando vogliamo, è una mancanza di fiducia totale. Come se scappassimo per andare a infettare altra gente, ma siamo venuti qui volontariamente. E sì, anche io ho dovuto lottare con attacchi di panico», si sfoga.

Lamentele anche sul cibo: «Pensare che una inserviente anche di prendere subito le buste perché addirittura qualcuno le ruba. E la mattina la colazione arriva con il latte nel cartone, tocca armeggiare con le posatine per aprirlo».

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