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Ripafratta in Ottavo, 8 miglia romane da Pisa

Ripafratta dopo l’ultima campagna di scavi negli anni Ottanta

La storia del confine con Lucca segnata da vicende politiche nazionali e mondiali

SAN GIULIANO. Ripa Fratta o Libra Fatta, secondo le antiche carte. Nome completo, Ripafratta in Ottavo, a 8 miglia romane da Pisa. Il punto di passaggio fra i territori di Pisa e Lucca e la sua sorte è stata segnata da vicende politiche locali, nazionali e, talvolta, internazionali.

Il Monte pisano, anche in quella zona, è stato abitato parecchi secoli prima dell’era cristiana e le testimonianze archeologiche, fortilizi, sepolture, scavi lo testimoniano. L’importanza strategica di Ripafratta è andata crescendo nel tempo, quando la difesa dei territori, l’istituzione delle gabelle di passaggio, la necessità della fortificazione dei confini ha assunto rilevanza assoluta.


Nel VI secolo il vescovo Frediano di Lucca (era il figlio del re d’Irlanda e di ritorno dal pellegrinaggio Roma decise di ritirarsi come eremita sui monti pisani), uomo colto e pratico, chiede a Pisa l’aiuto per deviare il corso dell’Auser (nome antico del Serchio). Ogni inverno, infatti, il fiume che lambiva Lucca generava piene e disastri. A Ripa Fratta, viene aperta una via alle acque, viene scavato, partendo dal mare nei pressi dell’Isola di Migliarino, un nuovo alveo, vengono frazionate le acque per alimentare i mulini della zona.

L’opera idraulica del VI secolo è un lavoro eccelso che ha indotto la chiesa a beatificare Frediano e addirittura attribuirgli, poteri ultraterreni. Dal Commentario dei Dialoghi di San Gregorio Magno, si legge che fece come e meglio di Mosé. In realtà si trattò di un lavoro di ingegneria e Pisa offrì il suo grande contributo in manodopera. La via di piè di monte, per raggiungere Lucca, era transitata anche in epoca romana, ma purtroppo dobbiamo arrivare al X secolo per avere attestazioni dell’esistenza del paese. Come detto, il Monte pisano abitato da tempo immemore, fu scelto come luogo ideale dagli ordini monacali che intendevano costruire i loro cenobi, isolandosi dalle grandi città. Le prime attestazioni dell’esistenza di Ripafratta sono legate alle certificazioni dell’esistenza di una chiesa, anzi due. La pieve posta in alto sul monte ovvero la Cella Somma, poi giunta a noi come Cerasomma, si contrappone alla pieve situata in basso, ovvero proprio quella di Ripa. Al netto degli scarni documenti del X secolo, Ripafratta viene fortificata in quanto via obbligata di transito e luogo di riscossione di gabelle di frontiera. Sul colle Vergario la consorteria nobiliare dei “da Ripafratta” costruisce la prima torre. Complicato narrare le alterne vicende di possesso del paese e del fortilizio conteso perennemente tra Pisa e Lucca, Firenze, i re francesi. Nel tempo, dopo la costruzione della prima torre, vengono via via implementate opere di fortificazione, fino ad arrivare a quanto è oggi visibile. Sarebbe però un errore considerare la Rocca, dedicata a San Paolino, protettore di Lucca, come un’entità scollegata dal contesto territoriale. La Rocca fu il caposaldo di un sistema difensivo, che comprendeva tutte le torri della val di Serchio, il Castel Passerino, il castello di Filettole o di Bibiana, gli osservatori sulle cime dei monti, dall’Orma, al Faeta, alla Verruca.

Pisa, città potente che sviluppava i suoi traffici in mare, poté esistere e resistere perché i fortilizi montani garantirono l’impossibilità di accedere alla pianura. A Ripafratta, davanti alla chiesa, c’è un’insegna in marmo che identifica la via. Strada Buschetto Roncioni, appunto. La famiglia Roncioni vanta natali molto antichi. Guido e Simone furono capitani di galee in Terrasanta. Guelfo e Lemmo erano alla Meloria nel 1283 e un certo Pietro fu console nel 1313, ma il rapporto con Ripafratta è tardivo e risale al XVII secolo.

È quindi una vera leggenda, quella che vorrebbe Buschetto, in realtà Busketo, come un appartenente alla famiglia Roncioni e addirittura figlio del giudice Giovanni. La Rocca di Ripafratta, che con la conquista fiorentina e l’annessione al Ducato nel XV secolo, perse la sua vitale funzione difensiva, fu gradualmente abbandonata e già nel 1700 versava in gravi condizioni.

Ai giorni nostri dobbiamo registrare una meravigliosa notizia. La Rocca, rimasta proprietà privata fino al febbraio del 2021 è stata ceduta al Comune di San Giuliano e si sono così sbloccate tutte le procedure per reperire fondi che possano garantire il recupero dell’immobile. La Rocca deve tornare a nuova vita, essere polo didattico e punto fondamentale per il turismo, culturale e green della nostra meravigliosa Val di Serchio.

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