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Morto carbonizzato, dalla pista dello straniero alla svolta del dna

Il luogo del ritrovamento del cadavere carbonizzato; a destra un tratto di via di Pescina, nel territorio comunale di San Giuliano Terme (foto fabio muzzi)

Svolta nelle indagini: dal dna emerge che il corpo ritrovato a San Giuliano è di uno studente scomparso da 7 giorni

San Giuliano. Per quasi una settimana l’attenzione degli investigatori si è concentrata principalmente sull’oscuro mondo degli stupefacenti, scandagliando quel sottobosco dove germogliano piccoli pusher e schiere di tossicodipendenti. Possibili vendette e regolamenti di conti tra bande, una delle piste seguite. Sotto la lente di ingrandimento sono finite le misteriose scomparse degli ultimi mesi. Volti e corpi diventati improvvisamente fantasmi. Scomparsi e finiti nel dimenticatoio. Immigrati, sopratutto. Nel mirino degli inquirenti sono entrati anche alcuni giovani spariti dai centri di accoglienza.


Giorni di ricerche, sopralluoghi e possibili indizi per far coincidere quel corpo straziato dalle fiamme alla storia di uno dei tanti per i quali il miraggio di un lavoro, di una casa e di una vita regolare è stato offuscato da frequentazioni sbagliate e dall’illusione di facili guadagni. La svolta arrivata nel tardo pomeriggio di ieri capovolge ogni ipotesi finora avanzata provocando una sorta di testacoda nella corsa avviata degli investigatori per cercare di dare un nome a quel cadavere semi carbonizzato trovato lungo i bordi di via di Pescina. All’ombra di un ulivo, a pochi metri da un campo di girasoli nelle dolci campagne che contraddistinguono le frazioni di San Giuliano Terme. Un uomo di circa 40 anni, africano. Proveniente dal centro o dal nord del continente africano, gli elementi che hanno indirizzato le indagini verso un mondo caratterizzato da precarietà sociale ed economica. Nessuna delle ipotesi è stata esclusa. Per cinque lunghissimi giorni, gli investigatori si sono calati in un mondo fatto di mille ramificazioni cercando di identificare quel corpo in parte consumato dalle fiamme e ricostruire una vicenda che rimane ancora insoluta.

Omicidio o suicidio. Una vita spezzata altrove e abbandonata lunga quei campi con la speranza di nasconderla da occhi indiscreti o straziata lì. Il fuoco per eliminare un’esistenza o cancellare ogni traccia. Tanti interrogativi. Tante piste seguite. Molte ipotesi, ma nessun elemento concreto. Un’indagine in parte penalizzata anche dal mancato ritrovamento di un oggetto, di una possibile traccia che potesse indirizzare le indagini verso una direzione ben precisa. La mancata autopsia, rinviata alla prossima settimana, non ha aiutato ad accendere un faro, a illuminare una possibile strada da seguire. Cade nel vuoto anche l’ipotesi, avanzata dai familiari e a più riprese suggerita agli inquirenti, di Salahadine Chamkhi, 33enne di origini tunisine scomparso nel nulla oltre un mese fa. Un passato macchiato dalla droga, una breve permanenza in carcere. Abituale frequentatore della zona dove quasi una settimana fa è stato ritrovato il cadavere. Elementi e coincidenze con la descrizione di quel corpo fornita inizialmente dagli inquirenti che hanno spinto i familiari, assistiti dall’avvocato Massimo Parenti, a farsi avanti e a suggerire una possibile pista da seguire. Caduta anch’essa con gli accertamenti genetici che hanno tolto ogni dubbio. E sbarrato ogni strada finora seguita. —

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