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Venti anni dal G8 di Genova: dalle botte dei carabinieri si salvò grazie a un prete

Il ricordo di un ex dei Collettivi studenti universitari di Pisa: «Da quei fatti credo meno nello Stato. Martedì ci sarò per ricordare Carlo» 

PISA. L’odore del mare mischiato a quello dei lacrimogeni e un colore. Rosso come il sangue, che tanti ragazzi presenti venti anni fa a Genova non potranno dimenticare. Dario Focardi, oggi 44enne attore di teatro, all'epoca faceva parte dei Collettivi degli studenti universitari di Pisa e quindi del grande movimento che ha dato vita al Genova Social Forum durante la riunione del G8. Dario ha vissuto in prima persona i tre giorni di manifestazioni segnate dall'uccisione di Carlo Giuliani e dalle violenze nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto da parte delle forze dell'ordine.

Focardi, cosa ricorda del clima con cui si era arrivati alle manifestazioni di Genova?


«Il giovedì la manifestazione per i migranti era stata bellissima con la polizia rimasta in disparte. Mi ricordo che l'idea di violare la zona rossa era simbolica e dimostrativa, tanto che i Disobbedienti si presentarono con i loro scudi di plexiglass e le imbottiture di gomma piuma».

Come è iniziata l'interminabile giornata di venerdì 20 luglio?

«Verso le 12.30 il nostro spezzone era già arrivato nel centro di Genova con 30mila persone. Appena arrivammo lì c'erano già le camionette dei carabinieri che ci attendevano. Arrivò la notizia che in una piazza non lontana dal quartiere di Marassi erano stati picchiati i manifestanti della rete Lilliput. Dopo poco iniziarono le cariche contro il nostro corteo senza nessuna forzatura da parte nostra. Devo riconoscere che se non ci fossero stati quelli più grandi di noi a proteggerci non so come sarebbe andata a finire».

Avete mai visto i black bloc?

«I famigerati black bloc si presentarono davanti al corteo, inscenarono una marcia e poi sparirono spaccando vetrine in altre zone della città. I carabinieri non li hanno seguiti e invece hanno continuato a caricare il nostro corteo».

Quando avete saputo della morte di Carlo Giuliani?

«Dopo tante ore in corteo siamo stati costretti a scappare all'indietro. Ricordo di aver visto sangue da tutte le parti e siamo tornati più o meno velocemente allo stadio Carlini verso le 17, prima dell'ora in cui venne ucciso Carlo. La notizia l'abbiamo appresa lì e venne fatta anche grande confusione. Prima dissero che si trattava di un ragazzo spagnolo e poi che era morta anche una ragazza».

Che notte fu quella tra venerdì e sabato?

«Qualche ragazzo era stato arrestato nel pomeriggio e ci ritrovammo per tutta la notte le camionette della polizia davanti all'ingresso del Carlini. Non si poteva uscire neanche per telefonare altrimenti si rischiava grosso. Avevamo paura che succedesse qualcosa di simile a quello che poi è accaduto la sera dopo alla Diaz».

Come affrontaste la manifestazione del sabato?

«L'idea era quella di metterci noi in testa al corteo perché sapevamo che il grosso dei manifestanti arrivava il sabato e c'erano anche persone anziane o bambini. Volevamo garantire l'incolumità degli altri. Per un certo periodo siamo riusciti a restare alla testa del corteo quando eravamo sul lungomare, dove dopo il nostro passaggio vennero sparati dei lacrimogeni verso gli altri manifestanti. Poi, arrivati in piazzale Kennedy, il corteo ha avuto una spaccatura a causa delle cariche della polizia».

A quel punto cosa avete fatto?

«Dopo due giorni di botte la gente non ne poteva più e andammo verso Marassi alla ricerca di un pullman per tornare a casa. A un certo punto mi ritrovai con un amico in uno spiazzo e vedemmo due carabinieri che iniziarono a inseguirci. Per fortuna riuscimmo a entrare dentro una chiesa dove un prete ci accolse insieme a una trentina di persone. Verso sera siamo riusciti a prendere un pullman e tornare a casa. Solo una volta arrivati a Pisa abbiamo saputo, tramite chi aveva i cellulari, cosa stava succedendo alla Diaz».

Vent’anni dopo cosa resta di Genova?

«Il diritto a manifestare è stato sospeso. Dopo Genova, purtroppo, credo meno nello Stato. La cosa assurda, oltre al fatto che alcuni responsabili della polizia furono promossi, è che ancora oggi non ci sono i numeri identificativi sui caschi dei poliziotti. Chi sbaglia è giusto che paghi. Giustizia non è stata fatta. Inoltre, penso che a Genova siamo stati abbandonati dalle forze politiche, a parte Rifondazione».

Le vostre idee di un mondo diverso sono morte lì?

«Ognuno di noi non ha mai smesso di credere in quello che portavamo in piazza a Genova. C'è chi lo fa nel proprio quotidiano o chi come in mobilitazioni stile No Tav o Friday’s For Future. Le idee di quei giorni vivono ancora forti».

Martedì 20 sarà in piazza a Genova?

«Sì, ci sarò. Per ricordare Carlo Giuliani, un ragazzo ucciso a soli 20 anni, e portare la mia solidarietà alla famiglia. Non per fare una manifestazione di reduci».