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La grande occasione delle nozze riparatrici

Il sacrificio di Isacco

Il retroscena del successo di Riminaldi: a Roma conobbe Caravaggio, da cui imparò

Si è aperta pochi giorni fa, nei locali del Museo dell’Opera del Duomo, la mostra dedicata a Orazio Riminaldi. Pisani, va vista!

Di Orazio, nella memoria pisana, resta una strada nella zona di via di Pratale.


Il giovane Orazio aveva dimestichezza con le tinte. Il padre Francesco e la madre Giulia, originari di Lucca, erano tintori di stoffe. Nato e battezzato a Pisa, nella chiesa non più esistente di San Simone al Parlascio, entrò da ragazzo nella bottega del pittore Ranieri Borghetti, considerato dalla critica moderna un mediocre artista. Due dei suoi dipinti, “i Santi Paolo e Bartolomeo” e “San Paolo in gloria”, sono esposti nella navata sinistra della chiesa di San Frediano. Vi invito ad andare e giudicare da soli. Degli anni di formazione di Orazio, ovvero fino al 1615, non restano opere certe. A lui sono attribuiti due dipinti, il San Giovanni Evangelista, conservato nella casa parrocchiale della chiesa di San Giovanni e Sant’Ermolao a Calci e la Madonna con Bambino e i Santi Giuseppe, Filippo Neri e Bartolomeo, individuata nella sacrestia della chiesa dei Santi Quirico e Giuditta a Montefalcone (Castelfranco di Sotto). Di certo sappiamo che Orazio, dopo aver frequentato la bottega del Borghetti, passò in quella di Aurelio Lomi Gentileschi, zio d’Artemisia, nominato pittore ufficiale dell’Opera del Duomo. Evidentemente Orazio Riminaldi prometteva bene e aveva buona mano, ma accadde un fatto inaspettato. Ricordo (ne parlammo in un’altra puntata delle “Leg(g)ende pisane”) che la povera Artemisia aveva subìto violenza sessuale dal pittore presso la quale era stata inviata a praticare. Lo zio Aurelio, nel tentativo di sanare la condizione della nipote, si era offerto di trovare un degno marito pisano alla ragazza. Il giovane e promettente Riminaldi faceva al caso e fu condotto a Roma, ma le nozze riparatorie non furono mai celebrate. Orazio, romano per caso, sfruttò magistralmente l’occasione. Come noto, la famiglia Lomi aveva in amicizia Michelangelo Merisi, meglio conosciuto come Caravaggio. Riminaldi poté ammirare e imparare da lui e poté osservare e studiare tutti gli artisti che gravitavano intorno alla ricchissima corte papale.

Traendo spunto soprattutto dai bolognesi Reni e Domenichini, dipinse il Sansone che uccide i Filistei della tribuna del Duomo di Pisa. È sua prima opera documentata e gli fu commissionata il 28 marzo 1620 dall’operaio del Duomo di Pisa, Curzio Ceuli. A questa, seguì il Mosè che innalza il serpente di bronzo, commissionatogli nel 1623.

Nei ricordi di Ceuli, manoscritti conservati presso l’Opera del Duomo, il primo operaio ricorda che il Sansone era stato eseguito a Roma e poi trasportato a Pisa. Riminaldi, nel 1620 ormai quasi trentenne, era ancora nella capitale e attraverso la sua appartenenza all’Accademia di San Luca frequentava abitualmente artisti del calibro del Bernini e di Vuet.

Riminaldi diventa il pittore più richiesto dalle famiglie romane e dipinge per un lunghissimo periodo lasciando opere che a oggi fanno parte di famose collezioni private.

Ricordiamo che la Cattedrale pisana fu devastata da un terribile incendio nel 1595. Curzio Ceuli, il primo operaio dell’Opera, tentò di ripristinare quanto restaurabile e comunque ornare il Duomo di nuove pitture. Fu lui a portare nuovamente Orazio Riminaldi in patria. Nel 1627 Orazio riceve la commissione per affrescare la cupola del Duomo. In realtà la grande opera da osservare stando a naso in sù, ovvero l’Assunzione della Vergine e i Santi, fu realizzata con la tecnica a olio su muro. Riminaldi, per assecondare i problemi causati dalla curvatura del suo supporto e dalla distanza dall’osservatore, dovette realizzare moltissimi studi per comprendere come compensare tutte le distorsioni. Se dal basso le figure appaiono perfette, una vista all’altezza della cupola ci rivela corpi distorti, allungati, volti deformi che prendono armonia man mano che il punto di vista torna al livello del pavimento.

Riminaldi non portò a compimento l’opera perché lo colse la peste del 1930. Nonostante una carriera folgorante e le richieste giunte dalla Francia per prestare servizio alla corte di Parigi, Orazio Riminaldi mancò il 10 dicembre del 1630.

L’opera sarebbe stata ultimata dal fratello minore, Girolamo, chiamato apposta da Roma e consegnata ai posteri nel 1633. —

La grande cupola dipinta a olio

Il dipinto “Amore Vincitore 1620”

LA CRONISTORIA

Ecco la cronistoria del periodo preso in considerazione relativamente alla vita e all’attività pittorica di Orazio Riminaldi.

1593: 5 settembre Nasce a Pisa Orazio Riminaldi.

1594: Aurelio Lomi completa un ciclo pittorico in Cattedrale.

1595: Il 24 ottobre va a fuoco la Cattedrale.

1605: Il giovane Orazio entra nella bottega di Ranieri Borghetti.

1611: Aurelio Lomi Gentileschi accoglie Orazio nel suo studio.

1611: Artemisia Gentileschi viene stuprata dall’anziano maestro Agostino Tassi.

1612: Viene intentato il processo contro il Tassi e nelle more della sentenza si tenta di trovare un buon marito pisano. Aurelio Lomi conduce Orazio Riminaldi a Roma.

1612: Tassi viene ritenuto colpevole e esiliato per 5 anni. Artemisia è riabilitata e non necessita di un matrimonio riparatore. Orazio Riminaldi resta a Roma.

1620: Primi dipinti attribuibili al maestro.

1623: Dipinge il Mosé.

1624: Viene accolto nell’Accademia di San Luca.

1625: Viene accolto nella Compagnia dei Virtuosi del Pantheon. Protetto da una famiglia pisana di banchieri, i da Scorno, viene in contatto con tutta la nobiltà romana.

1627: Orazio torna a Pisa richiamato da Curzio Ceuli. Gli viene affidato il dipinto della grande cupola in Duomo. Di questo tutore e committente realizza un ritratto.

1630: Colto dalla peste muore il 10 dicembre. —