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Video di sesso con minori e mutilazioni. Chiusa l’inchiesta: sono quindici gli indagati

Tra i coinvolti anche un diciottenne pisano che nelle chat dell’orrore con gli “amici” si autoproclamava “il re dei pedofili”

Chiusa l’inchiesta su un giro nazionale di pedopornografia con uno degli indagati, il “nonno” del gruppo, che vive in un comune del Pisano e che nelle conversazioni in chat si autoproclamava “il re dei pedofili”.

Sono quindici i destinatari dell’avviso di chiusura delle indagini battezzate “Dangerous Images”, coordinate dal procuratore capo del Tribunale per i minorenni, Antonio Sangermano e condotte dalla polizia postale di Firenze anche con i colleghi di Pisa. Nel luglio 2019 ci fu il blitz con sequestri e perquisizioni in tutta Italia. Ora, a distanza di tempo, tra interrogatori e analisi dei contenuti del materiale acquisito su cellulari, tablet e pc, l’inchiesta si conclude con la notifica dell’atto d’accusa ai quindici accusati in concorso di detenzione, divulgazione e cessione di materiale pedopornografico e istigazione a delinquere aggravata dall’uso dello strumento telematico. Le posizioni di alcuni maggiorenni, scoperti nelle chat dell’orrore, sono state stralciate e inviate alle Procure delle province in cui risiedono. Gli indagati, tra i quali anche una ragazza, vivono tra Forlì (un 16enne); Milano (17enne); Reggio Emilia (17enne); Camaiore (16enne); Roma (17enne); Potenza (16enne); provincia di Pisa (18enne, ma all’epoca dei fatti minorenne, ndr); Viareggio (16enne); Roma (17enne); Varese (18enne); Vicenza (15enne); Varese (16enne); Viareggio (15enne); Firenze (16enne); Firenze (15enne).


L’inchiesta era nata dalla denuncia della mamma del 15enne viareggino, sconvolta e decisa a compiere il passo giusto per interrompere la spirale in cui era deragliato il figlio, all’apparenza un adolescente privo di disagi evidenti. Si era rivolta alla polizia postale dopo aver trovato sul telefono del ragazzo filmati hard con minorenni. Una denuncia più simile a una richiesta di aiuto per quello che, secondo gli investigatori, era il promotore del sistema attraverso Whatsapp, Telegram e altre applicazioni di messaggistica istantanea e social network. Un passaggio sottolineato dalla Procura minorile per dare il senso di quanto la divulgazione dei contenuti ripugnanti fosse estesa e avesse raggiunto fasce di età vulnerabili. Oltre a sesso tra minori, la linfa che alimentava gli scambi dei video era quella delle scene di violenza. L’istigazione a delinquere aggravata viene contestata per aver invitato «commettere più delitti di violenza sessuale e di gruppo e comunque contro la persona, mediante la diffusione di filmati concernenti esecuzioni sommarie, suicidi (soggetti che si sparano alla testa con fuoriuscita di materiale cerebrale e spappolamento del cranio) decapitazioni, incidenti stradali con immagini raccapriccianti di corpi dilaniati, immagine definite nel gergo pedo-pornografico “gore” dall’inglese incornare» scrive il procuratore Sangermano. Si tratta di video e immagini utilizzate «per esaltare e istigare alla violenza nonché quale strumento di eccitazione sessuale correlato a immagini di minori stuprati o intenti a subire e compiere atti di natura sessuale». Quello che l’inchiesta ha svelato era un circuito «incentrato sulla violenza sessuale, l’orrore, la morte e l’abuso di minori, anche di tenera età».

Nel tempo alcuni dei ragazzi indagati hanno intrapreso un percorso psicologico per uscire, con una consapevolezza da mostrare anche a livello processuale, dal contesto malato in cui erano finiti. —

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