Arena, ritorno al futuro: ai suoi albori era già un "contenitore" di eventi

il progetto del Campo del Littorio: nel periodo 1929-1931 l’architetto Federigo Severini trasforma l’Arena nel Campo del Littorio, inaugurato l’8 novembre 1931 alla presenza del re

I Federighi (Farmigea) e gli affari di famiglia: «Il trisnonno Sabatino ci aveva visto lungo»

Che la storia finisca spesso per ripetersi non è una grande novità. Ma certe volte scherza persino con se stessa. C’è stato un tempo, agli inizi, che l’Arena era già un vero contenitore di spettacoli. Ballo, teatro, musica. Ricorda qualcosa? Proprio così: il futuro disegnato oggi per lo stadio cittadino, impianto che non ospiterà più solo le partite di calcio, ma spettacoli. Fulcro del progetto di riqualificazione sul quale sono pronti ad investire il magnate Knaster e la famiglia Corrado. Qualcuno però, un paio di secoli fa, ci aveva già pensato. «Il mio trisnonno Sabatino», sorride Mario Federighi nella sala riunioni della sua Farmigea, società farmaceutica leader nel settore dei colliri, che sta per compiere 75 anni. Al fianco di Mario, il figlio Federigo, 26 anni, alfiere della quarta generazione di industriali che hanno le loro radici a Arena Metato e ora la sede a Ospedaletto. Si chiama come lo zio, che è stato presidente dell’Unione Industriale Pisana.

Già, Federighi. L’Arena Federighi. Prima denominazione dello stadio di Porta a Lucca. Era il 28 gennaio 1807 quando la Reggente d’Etruria Maria Luisa concesse a Sabatino Federighi l’autorizzazione a costruire un anfiteatro murato e alberato di forma circolare per le corse dei cavalli. Un ippodromo, questa era l’Arena ai suoi albori. Federighi nel 1815 fa costruire al centro dell’Arena un palco in muratura da utilizzare la domenica come palcoscenico per le rappresentazioni teatrali da svolgere dopo le corse dei cavalli. Nasce il primo Teatro Diurno di Pisa all’aperto. Sport e spettacolo, capito?

Nel 1831 muore Sabatino Federighi e il figlio Giuseppe pensa di dare all’Arena un nuovo assetto con ampliamenti ed abbellimenti senza però portare a termine il progetto. Nel 1841-1842 i suoi figli Emilio e Aniceto affidano all’architetto Alessandro Gherardesca la direzione dei lavori di ammodernamento dell’Arena: nasce un vero teatro con mura perimetrali, palcoscenico, otto palchi, un’ampia galleria e il loggione; l’ingresso, su cui viene innalzato un arco trionfale con la scritta Teatro Diurno, viene spostato verso l’attuale via Bianchi. Poi nel 1849 le corse dei cavalli lasciano l’Arena Federighi per il Prato degli Escoli a San Rossore e nel 1882 l’Arena prende il nome di Arena (o Sferisterio) Garibaldi.

Il Teatro Diurno viene definitivamente chiuso nel 1896. «Qui si entra nei racconti di famiglia dove forse le leggende si sovrappongono alla storia - dice Mario Federighi -. Comunque sembra che lo stop derivasse dalla contrarietà della vicina chiesa di Santo Stefano, visto che nell’Arena si svolgevano anche esibizioni di can can con le ballerine che mostravano le cosce nude». L’evoluzione definitiva nel 1919 quando l’Arena comincia ad essere utilizzata dal Pisa Sc come campo di calcio.

Anche quello che succede dopo viene affidato ai racconti tramandati. Antonio Federighi, nonno di Mario e Federigo, è il Federighi che nel 1949 acquisisce Farmigea. Un imprenditore agricolo che Mario definisce «uomo ruvido, ma capace di farsi ben volere. Antonio nel primo dopoguerra fece arrivare un sacco di marchigiani per lavorare la terra. A tutti dava come benefit una casa nei suoi possedimenti tra Arena Metato, Orzignano e Gello. E in quelle zone realizzava sempre un campo da calcio. E sempre vicino a una chiesa. Sono i campi sportivi ancora presenti in quelle frazioni». E proprio Antonio «evidentemente non più interessato, credo che cedette l’Arena a titolo gratuito al Comune, almeno noi non abbiamo mai trovato documenti di cessione».

Tra narrazioni ed emozioni, i Federighi sentono in lontananza i sussulti dei ricordi. «Come tutte le cose perse, il loro peso finisce per diluirsi - dice ancora Mario -. Ogni tanto mi fermano i tifosi: ma c’entri qualcosa con l’Arena Federighi? Mi viene da sorridere e sicuramente siamo orgogliosi che questa famiglia abbia dato alla città qualcosa d’importante».

Ora Mario Federighi è tutto fuorché sorpreso dalla trasformazione prospettata per l’Arena. «I miei vecchi erano affaristi nel senso buono del termine, erano mediatori, imprenditori. Il teatro era fatto per guadagnare, facevano impresa. Una logica molto attuale. Guardiamo il baseball negli Usa o il football americano. È spettacolo totale. Ma è anche quello che si comincia a vedere negli stadi italiani. Si può dire che i miei antenati siano stati degli antesignani. Da imprenditore, ma anche da pisano, non posso che valutare positivamente tutto ciò che promette di portare benefici. Pisa viene da epoche buie. Città universitaria, dei militari, ospedaliera. Mondi spesso a contrasto. E per noi ragazzi era impossibile avere un bar o una discoteca a portata di mano. Bisognava aspettare di avere la patente. Il cambiamento che porta progresso non può che essere ben visto».

Federighi abita a Porta a Lucca, il quartiere dell’Arena. C’è chi teme contraccolpi e disagi da uno stadio aperto sette giorni su sette per eventi di richiamo. «Qui siamo bravi a lamentarci perché non si fanno le cose e poi a lamentarci allo stesso modo perché si fanno. Soprattutto se si fanno in prossimità delle nostre case. Capisco le problematiche che ne possono derivare, dal traffico ai parcheggi. Ma sono anche convinto che con una giusta programmazione possano arrivare adeguate soluzioni».

Farmigea è presente sul mercato globale. Federighi non si stupisce dell’arrivo di capitali importanti come quelli di Knaster: «Stiamo registrando l’interesse da parte di imprenditori d’Oltreoceano ad investire nel calcio italiano e non solo per le società di punta. Credo che la bellezza per loro, nel Paese delle bellezze, sia anche nelle masse che il calcio sa smuovere, con tutto quello che ne consegue. Penso anche che siano imprenditori capaci di vedere oltre. Sono visionari forse, ma è la loro forza. E allora lo devo dire: bravo Sabatino, ci avevi visto lungo». --

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