Caso Ragusa, Bruzzone: «Nessuna prova concreta per chiedere la revisione del processo per Logli»

Antonio Logli e Roberta Ragusa

La criminologa in un confronto con l’ex investigatore Sciuto esclude l’esistenza di fatti nuovi per ribaltare la sentenza di condanna 

PISA. «Una revisione? È come parlare del nulla. Ad ora non ci sono nuove prove concrete tali da giustificare una riapertura del caso e per me la probabilità che ciò avvenga è pari a zero».

È chiara Roberta Bruzzone, psicologa forense e criminologa di fama nazionale, sull’esito del caso Ragusa, la vicenda che ormai nove anni fa ha diviso l’Italia e che è stata protagonista di una diretta Facebook sulla pagina ufficiale della criminologa. Un’occasione per ripercorrere e analizzare il caso, dai nodi cruciali fino ai suoi risvolti psicologici insieme a Rino Sciuto, uno degli investigatori (ora in pensione) del Ros dei carabinieriche si occupò del caso, e alla neurologa e criminologa Giovanna Bellini, occupatasi più volte della valutazione dei fatti.

Fatti ormai noti che cominciarono la notte tra il 13 e 14 gennaio 2012 con la scomparsa della 44enne Roberta Ragusa dalla sua casa di Gello di San Giuliano Terme e che hanno portato, dopo anni di indagini e sentenze, alla conferma della Cassazione il 10 luglio 2019 della condanna in via definitiva del marito, il 58enne Antonio Logli, a 20 anni di reclusione per omicidio volontario e distruzione di cadavere. Già, perché quello del corpo di Roberta, mai più ritrovato, è uno dei punti destinato con ogni probabilità a restare irrisolto.

«Su questo non sapremo mai con certezza la verità», premette Sciuto, che però ha formulato un’ipotesi personale di cosa potrebbe essere successo: «Ho l’idea, difficile per me da esternare, che il corpo di Roberta possa essere finito nella filiera dei rifiuti. Con ogni probabilità il corpo non si è allontanato dalla zona e all’epoca a San Giuliano si faceva già il porta a porta. A circa 700/800 metri di distanza dal punto in cui la coppia è stata vista litigare, al confine con Pisa, c’era una serie di secchioni (ora non più) che la mattina venivano svuotati dall’autocompattatore, dotato di una forza di compressione notevole».

Un’ipotesi nata leggendo il diario di Roberta: «Una notte, quando lei chiese a Logli cosa avesse fatto, Antonio rispose che era andato in giro a cercare secchioni per l’immondizia. Ma per cosa?». Un’assenza, quella del corpo, che non pregiudica la condanna, sottolinea la criminologa Bruzzone: «Non sapremo mai questa parte storia, ma c’è l’altra, quella scritta dai giudici e confermata da tre gradi di giudizio e che al momento non vedo come possa essere messa in discussione. Non tollero che si possa ancora offendere la memoria di questa donna senza prove oggettive. L’assenza del corpo non pregiudica una condanna oltre ogni ragionevole dubbio, e qui gli ingredienti ci sono».

Ingredienti che in gran parte riguardano l’atteggiamento di Logli subito dopo la scomparsa della moglie. «È questo uno degli aspetti che mi ha colpita di più», racconta la neurologa Bellini: «La certezza, provata dalle intercettazioni, che la donna non tornerà. Da subito si cominciano a fare progetti a lungo termine senza Roberta, anche se si cercò di presentare la scomparsa della donna come conseguenza di uno stato confusionale dovuto alla caduta di qualche giorno prima, ipotesi poi esclusa clinicamente». Centrale anche la scoperta del legame sentimentale tra Logli e Sara Calzolaio, amante dell’uomo da diversi anni e suo malgrado al centro dell’inchiesta in quanto parte del movente e per la giustizia estranea ai fatti. Tanti gli aspetti psicologici che si mescolano: dal profilo di Logli, presentato dai giudici come «un manipolatore e un bugiardo psicologico», ricorda Bruzzone, fino alle conseguenze umane di una vicenda che si è portata con sé tante vite. —

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