Processo al piromane, l’accusa: «Franceschi ha pianificato l’incendio del Serra con l’obiettivo di fare più danni possibili»

Il secondo collegio della sezione penale che dovrà giudicare Giacomo Franceschi

Per la pm Alemi non si è trattato di un evento colposo: ecco perché quelle fiamme sono state appiccate dall’imputato

Pisa. Un incendio voluto. Pianificato con l’obiettivo di fare il maggior danno possibile. Con un innesco non diretto, ma pensato nella sua forma a diffusione ritardata in modo da consentire all’autore di allontanarsi senza correre il rischio di essere individuato. Nel processo sul disastro dei Monti Pisani il pm Flavia Alemi ha messo in fila i punti dell’accusa con una sequenza di dettagli in una requisitoria (iniziata mercoledì 13 gennaio alle 15,30 e sospesa intorno alle 18) contro l’imputato per incendio boschivo doloso e disastro ambientale per il disastro dei Monti Pisani avvenuto la sera del 24 settembre 2018. Lui, Giacomo Franceschi, 39 anni, di Calci era assente nell’aula del Tribunale. Negativo al Covid, ma con tosse. Meglio stare a casa.

Accanto al pubblico ministero il procuratore capo Alessandro Crini con il secondo collegio (presidente Dani, a latere Iadaresta e Grieco) ad ascoltare le ragioni della Procura a sostegno della colpevolezza dell’ex volontario dell’antincendio “Paolo Logli” di Calci.


Il pubblico ministero ha messo in evidenza la personalità di Franceschi, privo di occupazione, con svariati tentativi falliti di trovare un impiego che aveva nel volontario paesano il suo pilastro personale. Orgoglio e ragione di vita essere in trincea. Più degli altri, prima di tutti. «Nell’estate del 2018 su tre mesi solo per quattro giorni è rimasto a casa» ha specificato il pm nel sottolineare l’attaccamento dell’imputato per l’antincendio. Fu lui il primo alle 22,04 a telefonare al presidente del Gva di Calci Federico Delle Sedie per avvertirlo del rogo che in quel momento era una lucina lontana a pochi metri dal ristorante “Le porte”. «Per meteo, orario e luogo l’incendio è stato appiccato per causare un disastro – ha spiegato Alemi –. Non è stato un gesto estemporaneo. È stato pensato senza un innesco diretto. Non è stata usata una candela perché il vento l’avrebbe potuta spegnere. L’ipotesi plausibile è quella dello zampirone. I volontari, dopo la confessione di Franceschi (poi ritrattata, ndr), hanno portato ai carabinieri pezzi di zampironi trovati nella sede. È la pistola fumante».

Lo scenario post rogo per gli investigatori aveva tre piste: i cacciatori, i volontari antincendio e i piromani zonali. In tanti sono stati monitorati.

La figura di Franceschi si è delineata meglio nel corso delle intercettazioni tra incertezze e silenzi alle domande degli altri volontari tormentati dall’idea che qualcuno avesse potuto sfregiare la natura con tale violenza. «Più volte lo hanno sentito (intercettazioni in auto, ndr) pregare in zona, recitare l’atto di dolore che è una preghiera che segue la confessione» ha chiosato il pm che sui blackout di memoria invocati dall’imputato dal giorno dell’arresto e anche nella sua deposizione in aula, ha specificato: «Il 2 novembre 2018 ha sostenuto una deposizione di tre ore con domande e risposte. Nessun cenno di stress, niente ansia, né confusione mentale. Era perfettamente tranquillo. Anzi, nei giorni seguenti si è organizzato una scaletta trovata su un foglietto per mettere ordine nelle risposte da dare ai carabinieri. Il 28 novembre manda alla sorella un Sms: “Mi aiuti a cambiare la scheda del cellulare?”, una richiesta che siamo abituati a sentire nelle intercettazioni tra spacciatori».

L’episodio di Google Maps è tornato al centro della requisitoria. Non tanto perché fosse decisivo di per sé, ma per la reazione suscitata in Franceschi. Chiamato in caserma dai carabinieri l’imputato vive due fasi. La prima sono le dichiarazioni spontanee. La seconda, due ore dopo, è un verbale di interrogatorio. Un ufficiale dell’Arma gli chiede di controllare la cronologia di Google Maps del suo cellulare. E vede che la sera del 24 settembre Franceschi è sul Serra. «I carabinieri gli chiedono come se lo spiega e lui inizia con un racconto incredibile che nessuno poteva conoscere indicando pure una strada sconosciuta per arrivare sul monte» ha evidenziato il pm. Dice di essere salito per controllare le piste forestali. Firma un verbale in cui sostiene di «aver avuto un attacco di panico mentre stava salendo. Arrivato sul punto dell’innesco afferma: “Mi sono seduto e ho tirato fuori l’accendino che poi ho buttato e ho bruciato i fili della tuta. Avevo un pezzo di carta che ho acceso lasciandolo lì. Avevo bisogno del farmaco che prendo”. Questo ha messo a verbale Franceschi» ha scandito il pm ai giudici. —

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