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Knaster: ecco perché vuole comprare il Pisa. I rapporti con Corrado e con il colosso Legends International

Mettiamo ordine sui motivi che hanno spinto il magnate anglo-russo a volere investire a titolo personale nella società nerazzurra. In fondo all'articolo altri approfondimento: cos'è Legends e come potrà trasformarsi l'Arena

PISA. Conosce bene l’italiano fin dai tempi delle riunioni del cda di Unicredit nel quale entrò con una partecipazione del 5% nel 2012. Ama l’Italia, in particolare la Toscana. E non solo per la villa da 15 milioni di euro comprata dieci anni fa in Versilia, proprio al confine tra Forte dei Marmi e Marina di Pietrasanta. Della Toscana, Firenze e Pisa in primis, ama la storia, la cultura, il fascino antico. Da buon filantropo, con una moglie, Irina, che a New York gestisce un’ensemble di artisti provenienti da tutto il mondo, considera la Toscana come l’approdo ideale per i suoi investimenti. La culla del Rinascimento. Per questo, quando sul suo tavolo è arrivata la proposta di acquisto della maggioranza di quote del Pisa Sc, la risposta non ha potuto che essere positiva. Ma perché proprio la città della Torre? Perché i colori nerazzurri dopo i tentativi di acquisto della Sampdoria prima e del Parma poi? Risposte non facili da ottenere, ma con sempre maggiori conferme di una trattativa lampo in corso con la quale Alexander Knaster, fondatore della Pamplona Capital Management (patrimonio personale stimato in oltre 2 miliardi di dollari), tra dieci giorni potrebbe essere il socio di maggioranza del Pisa calcio. Un ricco imprenditore nato a Mosca da una famiglia ebrea, ma trasferitosi negli Stati Uniti a 16 anni. Ora cittadino britannico a tutti gli effetti, con base tra Londra, New York e, appunto, la Toscana.

PERCHE' PISA


Knaster, da cittadino britannico, poteva essere interessato alla Premier League. L’acquisto di una società inglese, però, ha costi importanti. Anche per una squadra di Championship, la serie B inglese, le cifre per i club più attrezzati variano intorno ai 40, forse 50 milioni di sterline. E con molta concorrenza e un business sul quale i margini di crescita sono più bassi. L’Italia, pur avendo un grande appeal a livello mondiale, è un terreno quasi completamente inesplorato. Poche squadre hanno stadi di proprietà, piani marketing sviluppati e un livello di organizzazione in grado di generare utili. L’investimento del Pisa può dargli il 75% delle quote societarie con un investimento tra i 10 e i 20 milioni di euro. Pisa, poi, interessa a tutto tondo. Non solo lo sviluppo dello stadio, per il quale da Londra è avviata una trattativa parallela che coinvolge la Legends International. Fattasi avanti proprio per l’interessamento di Knaster e per il brand Pisa, inteso come città, che attira tantissimo dal punto di vista del marketing turistico-sportivo. Con pacchetti da vendere ai tifosi-turisti di tutto il mondo. Ad agevolare l’intera operazione i rapporti personali proprio tra Giuseppe Corrado e Knaster. I due si sono conosciuti, frequentati e hanno parlato spesso. Di calcio e della città. Corrado ha avuto quattro anni di gestione oculata, ha risanato il Pisa e l’ha reso appetibile. Il resto lo stanno facendo gli advisor, a partire da Tifosy di Fausto Zanetton e Gianluca Vialli.

NON CHIAMATELO OLIGARCA

Leggenda vuole che nell’aprile del 2002, sorvolando a bordo del suo elicottero il Tamigi, restò colpito da uno stadio. «Cos’è quello?», chiese Roman Abramovich, imprenditore russo all’epoca appena 36enne, ma con un patrimonio personale che viaggiava già sulle decine di miliardi di dollari. «Signore, lo stadio del Chelsea, un’importante squadra di calcio inglese. Non vince nulla da 50 anni, ma ha una grande storia». Abramovich poco tempo dopo quello stadio, il club e il business legato al pallone se lo comprò per 60 milioni di sterline. Nel 2003 una cifra in saldo per un club di Premier League, nel quale poi ha investito qualcosa come 1,5 miliardi di sterline portando a casa ben 18 trofei. La realtà, però, è probabilmente ben diversa. Abramovich, infatti, dalla Russia post disgregazione del blocco sovietico, dopo essersi arricchito rapidamente grazie alla privatizzazione dei sistemi produttivi e industriali dell’ex Urss, decise di investire anche per questioni politiche e personali. Per ottenere fama e riconoscimento mondiale. Prima provò con il Manchester United, visitando anche i vari impianti sportivi. Poi con l’Arsenal e il Tottenham. E solo alla fine virò sul Chelsea. Abramovich come Knaster è nato da una famiglia ebrea, come Knaster era ed è ricchissimo. Come Knaster ci ha provato prima con altre squadre. Le analogie tra i due, oltre a una passione viscerale per il calcio, finiscono però qui. Knaster, infatti, sta cercando da tempo di investire nel pallone. Ma ci tiene a scavare un solco profondo tra la sua immagine di business man dell’alta finanza e quello dell’oligarca russo. O di semplice magnate pronto a spendere pur di vincere qualche titolo nel più breve tempo possibile.

LA SCELTA TOSCANA

Quello che è certo è la volontà di Knaster di passare sempre più tempo in Toscana. Lui non sarà un presidente alla Romeo Anconetani, i tempi sono diversi e i due profili lontani anni luce. Ma Knaster da quel passato prestigioso è affascinato, lo conosce l’ha anche studiato. Pur lasciando in mano a Corrado parte delle quote e della gestione societaria, Knaster investe per essere presente. Lo dimostra il fatto che investe a titolo personale. Knaster non sarà certo il primo imprenditore straniero a investire nel calcio italiano, ma potrebbe essere il primo, affiancato per la questione stadio dal colosso Legends International, a proporre un modello di business in grado di intrecciare in maniera indissolubile con grande forza il turismo al calcio. 



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