Lo stupratore condannato è nullatenente: a risarcire la vittima ci pensa lo Stato

Fu abusata dal fidanzato che non ha mai saldato i danni. Lei: «Nessun compenso ripagherà il dolore subìto»

PISA. Lo avevano condannato per stupro sulla fidanzata consumato alla vigilia di Natale di undici anni fa. Quattro anni in primo grado che erano diventati tre e mezzo in appello. C’era finito in cella l’allora 25enne pisano per scontare una pena che con le norme di oggi sarebbe stata molto più pesante. Anche se libero da tempo, l’uomo non può dire di aver pagato il suo conto con la giustizia.

No, perché nella sentenza del 2010, confermata in secondo grado, i giudici avevano disposto un risarcimento di 40 mila euro a favore della parte offesa. Soldi mai versati. Ma che ora, in uno spiraglio di civiltà che avvicina l’Italia agli standard più volte sollecitati dall’Europa anche con procedure di infrazione, trovano una risposta dallo Stato.


Il comitato di solidarietà delle vittime dei reati intenzionali violenti, istituito al ministero dell’Interno, ha disposto la liquidazione di 25 mila euro come indennizzo a favore della vittima di un abuso mai rimosso. Sarà Consap, concessionaria servizi assicurativi pubblici, a firmare il bonifico. A livello nazionale è uno dei primi risarcimenti statali in tema di indennizzi per le vittime di violenza sessuale che dimostrino di aver cercato, senza successo, di recuperare quanto fissato dai verdetti dei Tribunali a carico dei loro aguzzini.

Chiara, nome di fantasia, 32enne pisana, fin dal processo e anche nell’ultima battaglia è stata assistita dall’avvocato Francesco Carlesi.

«Grazie ad una direttiva europea, la 80 del 2004, le vittime di un reato violento che non riescono ad ottenere un risarcimento del danno dal colpevole, devono essere indennizzate dalla Stato – spiega il legale –. La direttiva offre una tutela alle vittime che nella maggior parte dei casi, anche in caso di condanna dell’imputato, non vedono alcun ristoro economico per i danni fisici e psicologici riportati, ma purtroppo in Italia era del tutto inapplicata». Bacchettato più volte, lo Stato alla fine aveva istituito un meccanismo per l’indennizzo con un ritardo di dieci anni nel 2014 che era però solo formale perché non finanziato e con norme che eludevano la disciplina europea. Era stato introdotto il cosiddetto “listino della vergogna” che prevedeva tra l’altro 4.800 euro di indennizzo per una violenza. È anche grazie alla campagna del Tirreno, che con la Scuola Sant’Anna di Pisa e l’università pisana si è battuto per cambiare quegli importi, che a fine 2019 le cifre sono state rese più eque. Non solo. È stato cancellato anche il passaggio in cui il risarcimento era concesso a patto che i condannati fossero comunitari.

«In pratica una vittima doveva “sperare” nell’appartenenza comunitaria del suo carnefice, perché se era italiano o extracomunitario non le sarebbe spettato niente» chiosa l’avvocato Carlesi.

La notizia è arrivata al legale nei giorni scorsi, attraverso la prefettura. La domanda era stata presentata nel 2018.

Raggiunta dal Tirreno la donna commenta la notizia dell’indennizzo con un sollievo che non annulla lo sfregio subìto: «Sono passati undici anni di un incubo che ogni volta che sono sola continua a farmi paura. La paura di un uomo di cui ero perdutamente innamorata che solo allo stremo, alle botte e alla violenza ti fa capire che il suo non è amore. Le cicatrici non andranno mai via. Dopo undici anni qualcosa comincia a muoversi, ma nessun compenso ripagherà il dolore ricevuto da un amore malato».

La violenza si era consumata in due momenti, il 23 dicembre 2009 il primo assalto, seguito da scuse e pentimento del giovane. Poi il bis la vigilia di Natale. Usciti per andare a cena fuori, si erano fermati in una piazzola di sosta a Viareggio e in auto il fidanzato aveva preteso con la violenza un rapporto sessuale. L’allora 21enne sconvolta aveva raccontato la storia ai genitori. Lui era scappato a Roma. Il 2 gennaio 2010 l’arresto. Ha scontato i 3 anni e mezzo tra carcere e domiciliari e poi è entrato in una “clandestinità” lavorativa per evitare di avere intestati beni o liquidità tali da poter essere aggrediti. Vive con la mamma nella casa di proprietà e per un periodo si è anche trasferito all’estero. Durante il processo due ex avevano testimoniato raccontando le sua aggressività, anche sessuale, quando capiva che lo stavano per lasciare.

«Dopo oltre 10 anni, finalmente lo Stato ha dato un segnale importante – conclude l’avvocato Carlesi – che non ridarà la spensieratezza dei vent’anni alla mia cliente, ma almeno un po’ di fiducia nonostante il tempo trascorso. Perché la giustizia è compiuta fino in fondo solo se riconosce un effettivo ristoro alla vittima». Lui, lo stupratore, è libero da anni, ma preferisce vivere da nullatenente per non saldare il debito alla sua ex fidanzata.

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