MotivAzioni, le ragioni di un podcast. «Una piccola epica di un esercito di innovatori»

Si conclude il progetto di Polo Tecnologico, Il Tirreno e Gedi Visual. Di Benedetto: «Ecco cosa abbiamo imparato»

Cascina. «Una piccola epica di un esercito di innovatori». Ecco, in sintesi, nelle parole del presidente del Polo Tecnologico di Navacchio Andrea Di Benedetto, cosa è stato MotivAzioni, la raccolta di storie di innovazione e passione ideata e resa possibile da Polo, Il Tirreno e Gedi Visual.

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Volevamo una raccolta di storie di innovazione e passione, obiettivo centrato?

«Sicuramente sì. È incredibile scoprire quanta umanità straordinaria ma sommersa ci circondi. Tutte queste storie insieme formano un disegno, fanno emergere un’immagine complessiva estremamente potente: come un quadro impressionista che, man mano che ci allontaniamo, si trasforma da singole macchie di colore in un’immagine compiuta. Al liceo scoprii che Omero probabilmente non è mai esistito, e che Iliade e Odissea sono il frutto di una lunga tradizione orale che le ha fatte crescere e le ha affinate nel tempo. Quelle storie servivano a dare un’identità ad un popolazione che non sapeva né leggere né scrivere, che però condivideva valori e ideali grazie al loro racconto. Da allora ho imparato a dare un grande peso al potere delle storie: per ispirarci, per darci coraggio, per immaginare nuovi progetti, per farci sognare. Per questo leggiamo, andiamo al cinema, scriviamo poesie, come diceva il professor Keaton ne “L’attimo fuggente”. Ecco, penso che la nostra raccolta di storie, la nostra piccola epica di un esercito di innovatori che neanche si conoscono tra di loro, sia stato un modo piacevole di passare del tempo magari mentre si guida, ma anche lo strumento per iniettarci qualche suggestione che ci tornerà utile. Mi piace pensare che lascerà a tutti loro, e soprattutto a tanti di noi, la sensazione di essere meno soli nelle nostre battaglie, speranze, aspirazioni; e magari ci dia quel pizzico di coraggio che ci mancava per iniziare “quella cosa” che avremmo sempre voluto fare e che abbiamo sempre rimandato».

Il Polo può considerarsi un aggregatore di idee e strumenti del mestiere. Lo sono anche le storie di MotivAzioni? Cosa abbiamo imparato dai nostri ospiti?

«Tanto, direi che il fil rouge è il non mollare mai, imparare da sconfitte e errori. Lo scoprire, tutto sommato, che chi ce l’ha fatta non era quasi mai una persona così diversa da noi: un po’ di talento, un po’ di “culo”, ma soprattutto tantissima tenacia. Abbiamo la tendenza autoassolutoria a pensare che chi “ce l’ha fatta” sia straordinario, con capacità per noi irraggiungibili. Ecco, dalle nostre storie si capisce che non è affatto così. Un bellissimo stimolo per tutti noi. E poi abbiamo imparato che l’innovazione è una cosa che facciamo tutti i giorni, anche senza accorgercene, ormai. La facciamo mischiando cose esistenti per farne di nuove ed originali, la facciamo contaminando discipline, conoscenze, a volte anche molto antiche. Traspare che l’innovazione è un’attitudine, prima che una tecnologia o un processo: è come ci si pone davanti al mondo, o ai problemi. Si è sempre fatto in un certo modo, non funzionerà mai, come posso essere stato proprio io ad averci pensato per primo? È impossibile! Ecco, quello che unisce i nostri ospiti è l’averci provato e l’aver insistito!».

Il podcast nasce da una necessità pratica: MotivAzioni prevedeva incontri in presenza, il Covid ci ha costretto a ripensarci. Cosa ci fa capire questo del momento che viviamo, del ruolo della tecnologia? E cosa resterà di tutto questo dopo?

«Saremo profondamente cambiati, nelle nostre percezioni, priorità, modo di relazionarci. Più di quanto ci aspettassimo e, secondo me, a posteriori più di quanto ci immaginiamo ancora adesso. Per quanto riguarda la tecnologia abbiamo fatto un balzo avanti notevole, a me sembra, nella familiarità con la rete, il digitale. Abbiamo imparato ad averne meno diffidenza, a volte addirittura paura. L’Italia purtroppo non ha mai brillato per penetrazione della banda larga, disponibilità e utilizzo di servizi informatici (pubblici e privati), e di conseguenza neanche nell’utilizzo. Abbiamo imparato un po’ di più tutti, anche le persone più anziane, che utilizzare la tecnologia non “nuoce gravemente alla salute”, anzi. Fa risparmiare tempo, denaro, può avvicinare le persone, divertire, stimolare la creatività. E soprattutto abbiamo imparato che la banda larga, il cloud, l’informatizzazione della pubblica amministrazione, non sono solo slogan buoni per i titoli di giornale alla rilevazione annuale dell’Ocse per la classifica delle nazioni più “smart” (in cui risultiamo invariabilmente tra gli ultimi), ma significano, spesso, la differenza tra poter lavorare o no, seguire le lezioni scolastiche o meno, tra tenere aperta un’attività con digital marketing e delivery, il poter prenotare una visita medica o un tampone prima e con più possibilità di successo. Ma alla fine è cambiato soprattutto il nostro rapporto con il tempo: ci siamo accorti di quanto ne passavamo in modo non indispensabile in riunioni, trasferte, per andare e tornare dal lavoro. Forse impareremo a trattarlo con più attenzione e rispetto. La nostra idea di libertà, che davamo per scontata (e che per tantissime generazioni prima della nostra non lo è stata) e che spero apprezzeremo di più. Un modo diverso di relazionarsi gli uni con gli altri, perché abbiamo scoperto cosa ci manca quando possiamo vederci, ma non abbracciarci. Cosa dovremmo fare dopo l’emergenza? Non far tornare tutto come prima: riprenderci sì la nostra vita, ma senza rinunciare alle cose nuove che abbiamo imparato di noi stessi. Una vita “aumentata”».

Tommaso Novi

La libertà e la fortuna di inseguire i sogni

«Poteva essere partito come un gioco, uno scherzo, una sfida. Rivedermi oggi con questo piccolo sogno un po’ ironico, un po’ buffo, un po’ matto, che diventa realtà e riesce a collocarsi mi rende orgoglioso». Tommaso Novi, musicista, cantante e Maestro di Fischio, è il protagonista della puntata di MotivAzioni dedicata al tema della libertà. «Mi hanno preso per un folle, ridevano tutti – racconta del suo esordio –. La speranza è che passo dopo passo questa cosa diventi... non più seriosa ma più dignitosa». Del suo essere musicista dice: «Non è mai stata una vera e propria scelta, ma sono sempre stato sereno e sicuro di volerlo fare. Ho decine di amici che sognavano esattamente ciò che sognavo io, ma poi la vita ti si mette di mezzo. Sì, c’è la libertà ma anche tanta fortuna».

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Eleonora Zeni

«Nessuno ci credeva, ma siamo andate avanti»

«All’inizio nessuno ci credeva, anche i nostri genitori erano contro di noi, io ho lasciato un contratto a tempo indeterminato, il certo per l’incerto, ma siamo andate avanti, siamo state la forza di una per l’altra». Eleonora Zeni, co-fondatrice insieme a Mariasole Facioni di ElleFree (startup nel settore delle certificazioni alimentari e farmaceutiche), parla di tenacia e ricorda le “porte in faccia” con le quali si è dovuta confrontare: «Ce ne sono state parecchie e in molti casi perché siamo giovani e donne. Quando i direttori di marketing di grandi aziende prendono appuntamento con noi si aspettano di vedere un uomo o persone più grandi di noi. Mi sono sentita dire: “Non ho niente da imparare da te”. Nella mia testa sono sempre stata convinta che non era così».

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Federica Thiene

L’umanità? Un’opera d’arte, anzi una cattedrale

Si possono amare gli esseri umani tanto da farne la propria opera d’arte? Sì, e ce lo insegna Federica Thiene, fondatrice e vice presidente di artway of thinking, associazione culturale che si occupa di processi di co-creazione. E il suo percorso umano e artistico nasce da una visione, quella delle cattedrali gotiche. Che l’artista “ricostruisce” nel contemporaneo. Come? «Facendo emergere e mettendo a sistema l’energia creativa e la bellezza che ogni uno di noi ha, dando il coraggio alle persone di sognare e immaginare, condividendo i propri sogni perché diventino sogno collettivo, radice necessaria per costruire un futuro su cui tutti possiamo investire. Così nel tempo, la cattedrale è diventata una metodologia che è un’opera d’arte collettiva in continua evoluzione».

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Luigi Galimberti

«Nel fallimento troviamo la motivazione»

Luigi Galimberti, fondatore di una delle più moderne e tecnologiche imprese agricole d’Italia, Sfera agricola a Gavorrano, racconta del fallimento come «l’esperienza più importante della mia vita, ti fa perdere le velleità, le false credenze dannose». Lui che ha avuto il coraggio di ricominciare, di non mollare racconta: «Commettere errori ci consente di demolire la cattedrale di credenze errate che ci siamo costruiti. Da qui, dal fallimento, troviamo la motivazione. Ho avuto la visione di quello che sarebbe stata la mia serra ed è questa visione che mi ha spinto a superare barriere considerate insuperabili. Cosa ci attrae verso la visione? Il gap tra quello che abbiamo e quello che vorremmo: il fallimento e la disperazione sono stati la molla che mi ha spinto a realizzare quella visione».

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Elia Strambini

«Scoprire? si può guardando... altrove»

«Avevamo speso tanto tempo per cercare di capire un fenomeno che non tornava con le teorie che avevamo a disposizione. È stato demotivante non riuscire a spiegarlo anche se avevamo capito di essere di fronte a qualche cosa di nuovo. Alla fine abbiamo messo i pezzi nell’ordine giusto e abbiamo trovato qualcosa di bello». Una bellezza scoperta «guardando le cose da un altro punto di vista». Di angolazioni ci ha parlato Elia Stambini, fisico esperto di nanotecnologie che al Cnr con il gruppo di lavoro di cui fa parte ha messo a punto una batteria quantica. «Le scoperte più interessanti, le applicazioni innovative – racconta – vengono dalla capacità di vedere i fenomeni quantici da una angolazione diversa».

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Riccardo Fenili

«Se dai il massimo in ciò che fai non perdi mai»

«Non alzare al cielo un trofeo non significa perdere se abbiamo dato il massimo per raggiungere l’obiettivo. Perdere significa non fare il massimo per ottenere quello che si desidera e questa è una cosa che non faccio mai». Riccardo Fenili, campione di volley e beach volley, oggi affermato medico podologo, ci parla di equilibrio. Un valore e una sua caratteristica. «È stata – racconta Fenili – la chiave del mio successo fino ad oggi. Non è mai stato un equilibrio forzato, ma una cosa naturale nata fin da quando ero piccolo nell’analizzare tutti gli eventi che mi accadevano. Per farlo scrivevo molti diari. Lo scopo non era non commettere più errori ma trovare un modo per potermi migliorare».

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Sara Morganti

«Bastonate? Tante, ma mi sono voluta rialzare» «All’inizio il futuro era un “non futuro”, era brutto e nero per come lo vedevo io. Poi con il tempo mi sono resa conto che potevo fare una vita non piena, pienissima, in cui potevo realizzarmi e realizzare i miei sogni».

Sara Morganti, atleta paralimpica, campionessa mondiale di paradressage freestyle e tecnico, da anni convive con la Sla. Ci ha parlato della sia vita, della sua carriera sportiva e di resilienza. «Se essere resilienti significa anche risalire penso che sia la parola che definisce la mia vita, perché tante volte ho preso delle bastonate e ho dovuto rialzare la testa. Ma ho voluto rialzare la testa, ho avuto grandissime delusioni dal punto di vista sportivo, ho pensato di mollare, ma nella realtà le delusioni sono diventate una motivazione ancora più forte per fare meglio».

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Alessandra Sensini

«Non smettere di sognare e migliorarsi» «Le sconfitte? Le ho vissute fino in fondo. Le più forti quelle che “cuociono” di più e che ti fanno stare male le ho vissute fino in fondo ed è un modo, poi, per affrontarle. Non ho mai lasciato che passassero in secondo piano. Ho sempre cercato di affrontare le ragioni della sconfitta, perché poi alla fine se vuoi continuare, se vuoi tornare sul campo devi progredire, altrimenti che senso ha? Nel fare sport ho messo sempre davanti questa cosa: lo faccio per progredire, per imparare qualcosa, non tanto per farlo». Alessandra Sensini, campionessa olimpica di windsurf, ci parla di sogni e traguardi. E di tutto quello che ci sta in mezzo. «Per raggiungere i miei obiettivi sognare è stato fondamentale – dice – ed io continuo a farlo».

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