Cisanello, ambulanza attende 7 ore per lasciare il paziente in ospedale

"Arrivati alle 10,22 siamo entrati in reparto alle 17,35": il racconto dei volontari nella giornat più nera per l'ospedale di Pisa. Le difficoltà dell’emergenza territoriale che così rischia di rimanere scoperta 

PISA. Sette ore di attesa per affidare un paziente al pronto soccorso dell’ospedale di Cisanello. Tante è rimasta ferma nel cortile un’ambulanza che era stata inviata dal 118 nel giorno in cui alcune associazioni di volontariato hanno divulgato le foto delle ambulanze in coda in attesa di essere ricevute. Foto che in pochi minuti sono rimbalzate sui social, suscitando la reazione dell’Azienda ospedaliera. Le immagini con le ambulanze in fila sono state scattate il giorno in cui anche il primario della Rianimazione, il dottor Paolo Malacarne, ha evidenziato i problemi organizzativi che nascono, tra l’altro, dall’insufficienza dei posti letto. Il percorso Covid è definito ormai da tempo, le code si erano già viste nella primavera nera, quella della prima ondata del coronavirus. D’estate il sistema organizzativo dei soccorsi, in previsione di una nuova ondata di contagi, probabilmente andava rivisto: oggi ha dimostrato che lo stesso percorso si intasa facilmente.

Da più di una settimana ogni giorno si verificano situazioni critiche per i numerosi pazienti che vengono trasportati a Cisanello come casi sospetti. Devono fare il tampone. I tempi si allungano. Non sono subito disponibili i posti letto, inevitabili le attese. Era già successo quando il pronto soccorso andava in crisi per le numerose richieste dei cittadini e le ambulanze non trovavano le barelle sui cui trasferire i pazienti. L’ospedale che fa? Impiega le ambulanze come se fossero ambulatori mobili, mettendo in grosse difficoltà tutto il sistema dell’emergenza sanitaria, affidato al 118 e quindi all’Asl Toscana Nord Ovest. Tornando ai tempi del giorno in cui poi è venuta alla luce una situazione molto difficile, che mette a dura prova la tenuta psicologica dei volontari, il problema è che si tolgono dal territorio mezzi e persone. Le ambulanze restano bloccate per ore e la cosa va avanti da giorni. Quel giorno una delle ambulanze del 118 è arrivata alle 10.22 e ha potuto lasciare l’ospedale solo alle 17.35. Per l’ospedale l’ambulanza ha stazionato. I volontari che prestano servizio sulle ambulanze sottolineano che sono convenzionati per l’emergenza territoriale e non con l’Azienda ospedaliera, che invece in questo modo ne dispone per sopperire ad una carenza organizzativa propria. Sette ore di attesa non sono umanamente sopportabili, nemmeno per chi fa volontariato. Un volontario che fa il turno di mattina si ritrova in questo modo bloccato e magari rinuncia ad andare al lavoro. Ma non può staccare, deve restare sul mezzo di soccorso, vestito di tutto punto per non contagiarsi.


Dopo giorni di “ingorghi” a Cisanello le associazioni di volontariato hanno cominciato a rendere visibile la realtà, per chiedere immediati interventi. La risposta dell’Azienda ospedaliera alle proteste è arrivata come un altro duro colpo. «Mi chiedo come sia possibile tutto questo – comincia lo sfogo di un volontario della Pubblica assistenza rimasto bloccato per ore a Cisanello –. Ho un attimo di sconforto e lo sguardo fisso a terra, non la percezione del tempo che passa, la vista mi si annebbia. È rabbia, sconforto, delusione, non so più cosa. Gli occhi diventano lucidi, non so per il sudore o per le sensazioni che provo. Cerco di farmi forza e mi rialzo per andare a controllare il paziente. Il mio compagno è al mio fianco bardato come l’omino Michelin, quasi comico se non fosse per proteggersi. I volontari sono una razza a parte, chissà chi ce lo fa fare».

Poche parole e già emerge la situazione di difficoltà di chi si trova in prima linea contro il virus. «Attendiamo, guardiamo il paziente cercando di sorridere e non spaventarlo dietro a tutta questa bardatura. Il reparto non è preparato ad accoglierci, non ci sono i posti letto. In più devono sanificare, il personale lavora senza sosta, i casi volano. Siamo in fila, siamo la quarta ambulanza ad attendere e purtroppo ostacoliamo pure il passaggio. Siamo arrivati alle 14 ed è già passata un’ora. Un’ora di attesa snervante con il paziente che è teso, impaurito. Un’infermiera viene a controllare lo stato, come api operaie cercano di far funzionare tutto e ci regalano un sorriso, sanno che capiamo, che lavoriamo al loro fianco. Tutti stiamo bene, ma l'attesa sarà lunga ed il freddo della giornata si fa sentire, soprattutto perché siamo in una zona d'ombra dove s’ infrange il vento».

L’ambulanza è a Cisanello, nel percorso pronto soccorso Covid.

«Strappiamo le persone da casa o le trasferiamo da ospedale ad ospedale cercando di rassicurarle nel breve tragitto percorso, ma ahimè guardo i loro occhi e ascolto le loro parole e mi si riempie il cuore non solo di rabbia ma di dispiacere e sconforto».

Un altro paziente è riuscito ad andare in reparto solo alle 18.30. È dura per tutti: per chi ha bisogno di cure e per chi deve soccorrere.

«Vestizione completa effettuata alle 13.30 da me e dal mio collega – racconta un altro volontario –, solo alle 19 ci siamo liberati da questo claustrofobico abbigliamento. Difficoltoso era respirare e camminare, ma la soddisfazione più grande è stata quando ho avuto il piacere di contattare il familiare e rassicurare che il proprio figlio era salito in reparto, in buone mani, pronto a ricevere le giuste cure».

Poi la riflessione sui commenti apparsi sui social sotto le foto delle ambulanze in fila. «Abbiamo tutti noi visto persone che deridono ciò che facciamo, mettono in dubbio che ci sia qualcuno sulle ambulanze, che queste persone non soffrano, che non si sentano mancare il respiro, che non abbiano l’ossigeno. Ma quella delle foto è la realtà. Non c’è paura, non c’è giudizio, non c’è critica, non abbiamo le risposte come tanti credono, abbiamo il cuore e la certezza che la voce tremante che emoziona un genitore che non sa quando rivedrà il figlio è una voce più forte delle grida di chi al bar 20 anni fa sarebbe stato trattato come lo scemo del paese».





 

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