La storia dell'imprenditore di Sfera: «Il fallimento? L’esperienza più importante della mia vita e la mia motivazione»

La storia umana e professionale di Luigi Galimberti, imprenditore e innovatore nel settore agri-tech, protagonista della nuova puntata del podcast realizzato da Polo Tecnologico di Navacchio, Il Tirreno e Gedi Visual

«Il fallimento è stata l’esperienza più importante della mia vita». Luigi Galimberti, 48 anni, imprenditore dal 1994, ha vissuto più di una vita “professionale”, ha percorso più di un ponte “traballante” (e continua a trovarne sempre di nuovi) inseguendo il proprio sogno, la propria visione e sì, certamente, anche il successo e la felicità «facendo ogni giorno quello che mi piace perché ho trasformato un mio sogno in impresa». E di una cosa è certo: non sarebbe ciò che è se non fosse caduto. «Perché fallire ti fa perdere le velleità, le false credenze» spiega.

Parte da qui il racconto che l’imprenditore, fondatore di una delle più moderne e tecnologiche imprese agricole d’Italia, Sfera agricola a Gavorrano (Grosseto), fa di sé nell’ambito di MotivAzioni, la trasmissione in podcast realizzata da Polo Tecnologico di Navacchio, Il Tirreno e Gedi Visual. Una chiacchierata, disponibile on line da oggi sui canali web e social di Polo Tecnologico e Il Tirreno con la partecipazione di Andrea Di Benedetto e Gaia Orlandi (rispettivamente presidente e responsabile comunicazione del Polo Tecnologico), Fabrizio Brancoli e Valentina Landucci (rispettivamente direttore e capo servizio de Il Tirreno), sul tema del fallimento e di come possa diventare la motivazione, la chiave del proprio successo.

«Troppo spesso anche ai nostri figli non insegniamo a sbagliare, invece va fatto, è giusto che i ragazzi ci provino anche se sbagliano: comunque vada imparano qualcosa. Più sbagliamo in tenera età più impariamo a relazionarci giustamente con le cose».

Qual è stato il suo fallimento?

«Nella prima parte della mia vita mi sono occupato di costruzioni con una azienda creata dal nulla che è arrivata a contare 250 dipendenti. Nel 2008 con la crisi sono stato costretto a chiudere. Fino a quel punto di momenti bui ne avevo già incontrati: il mio è stato un percorso costellato da cadute e ripartenze ma l’ultima è stata devastante: ho chiuso l’impresa, perso tutto quello che avevo costruito. E con l’azienda si è chiuso anche il mio matrimonio. Queste due cose hanno creato in me la disperazione, non riuscivo più a vedere alcun futuro e non nascondo di aver pensato al suicidio».

Come ha reagito?

«Cominciando a scrivere degli elenchi di cose: intanto le mie competenze, i miei valori e le mie credenze. Se ero lì era perché avevo fatto scelte, avevo valori credenze e competenze che mi avevano accompagnato nella vita. Poi ho fatto l’elenco degli errori che avevo commesso e che ancora oggi conservo e cerco di non ripetere».

Cos’è stato per lei il fallimento?

«L’esperienza più importante della mia vita perché ti fa perdere le velleità, le false credenze dannose: ho imparato a concentrarmi sulle cose più importanti e più vere. Intanto faccio impresa non per dimostrare qualcosa a qualcuno ma per rispondere a bisogni reali del mercato e delle persone: risolvere un problema a qualche persona è la cosa più importante. Commettere errori ci consente di demolire la cattedrale di credenze errate che ci siamo costruiti: alla fine ne restano poche sul tavolo. E la cosa interessante è che da qui, dal fallimento, troviamo la motivazione. A Gavorrano io ho avuto la visione di quello che sarebbe stata la mia serra ed è questa visione che mi ha spinto a superare barriere considerate insuperabili. Cosa ci attrae verso la visione? Il gap tra quello che abbiamo e quello che vorremmo: il fallimento e la disperazione sono stati la molla che mi ha spinto a realizzare quella visione».

Il Polo Tecnologico di Navacchio è stato un po’ la culla della sua idea, quella della più grande serra hi-tech d’Italia.

«Ho cominciato a uscire dal tunnel della disperazione qui al Polo. Nel 2014 sono arrivato assieme a un gruppo di ragazzi: partivamo da Grosseto per partecipare agli eventi in maniera... avida, sapevamo che qui c’erano conoscenze, esempi e storie di successo. Entravo in un altro mondo, per me era come una fabbrica di cioccolato per un bambino: potevo parlare di innovazione, toccarla con mano, mi sentivo contaminato dall’energia che c’era qui che mi è stata di stimolo e mi faceva stare bene dal punto di vista psicologico. Intendiamoci: tutti quelli che sono arrivati al successo non hanno avuto regali ma hanno lavorato sodo. L’aspetto umano è stato fondamentale, il valore del Polo di Navacchio rispetto ad altri luoghi dove si fa tecnologia: viene prima il fattore umano e poi la tecnologia che è determinate. Ma senza il genio e la capacità creativa della persona non c’è start up». —
 

La guida allo shopping del Gruppo Gedi