L'ultima carta di Logli per ribaltare una condanna scolpita da tre verdetti

Antonio Logli (foto Fabio Muzzi)

Già presentato il ricorso alla Corte Europea per i Diritti dell'Uomo e a breve ci sarà pure la richiesta di revisione del processo. L'appello-sfogo dalla cella: "Giudicato in modo non equo, i testi della difesa non considerati come quelli dell'accusa"

PISA. Un anno in carcere. La certezza della pena, la speranza di una revisione del processo che possa ribaltare un giudizio scolpito da tre sentenze. Venerdì 10 Antonio Logli avrà scontato in cella i primi dodici mesi dei 20 anni inflitti per l’omicidio della moglie,Roberta Ragusa. Era la sera del 10 luglio 2019 quando, dopo il no della Cassazione al suo ricorso, fu prelevato dai carabinieri in un affittacamere di Cisanello e portato in quella che diventò la prima tappa della sua nuova vita da detenuto, il carcere di Livorno. Di lì a poco venne trasferito a Massa, la prigione dove i familiari e la compagna Sara Calzolaio in questi mesi sono andati a trovarlo.

L'arresto di Logli un anno fa dopo la sentenza della Cassazione (foto Fabio Muzzi)

I tre processi.

Per tre gradi di giudizio è stato ritenuto colpevole oltre ogni ragionevole dubbio. Vent’anni la pena finale, ridotta di un terzo per la scelta di farsi giudicare con rito abbreviato. In sostanza esame sulla base degli atti, nessun testimone da sentire. Logli scelse di non farsi interrogare neanche quando era solo indagato. Neppure una dichiarazione spontanea in aula. Ora con il senno del poi e con un cambio di strategia difensiva, sostiene che non tutti i testimoni a suo favore sono stati valutati con lo stesso spirito di ricerca della verità. E, quindi, rammaricandosi «di non aver avuto un giusto processo, hanno creduto solo a chi mi accusa e non ai testi della difesa» ha presentato ricorso alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo. Gli è stato spiegato che scegliendo il rito abbreviato giocoforza i testimoni non sarebbero stati sentiti. E invocarne ora la mancata valorizzazione processuale è un po’ un controsenso. Ma ormai il detenuto Logli coltiva un suo personale senso di giustizia.

Il ricorso a Strasburgo

La coerenza non fa difetto all’ex impiegato comunale di San Giuliano Terme. Granitico nell’affermare e giurare di non aver ammazzato la moglie - drammatica la risposta negativa in diretta tv alla domanda del figlio Daniele se avesse ucciso la mamma -, Logli anche da carcerato non cambia la sua verità, mai creduta nei Tribunali. Si è affidato all’avvocato Enrico Di Martino e alla criminologa Anna Vagli per il ricorso a Strasburgo e per la revisione del processo. Servono fatti nuovi, solidi e verificabili che al momento non vengono svelati. È l’ultima carta del 57enne di Gello che con il passare degli anni e delle sentenze è diventato più comunicativo (solo in tv e con la trasmissione “Quarto Grado”). Impegnato nel racconto alternativo a quello in cui lui è il protagonista negativo di una storia con un’assenza che rende il caso almeno in parte incompiuto, il corpo della vittima. Un corpo mai trovato, sparito la notte di venerdì 13 gennaio 2012.

Roberta Ragusa

La lite come effetto scatenante

La verità giudiziaria è quella che vede come effetto scatenante la scoperta da parte di Roberta della relazione clandestina, che durava da anni, tra il marito e la baby sitter. La moglie esce di casa, il marito la segue e poi in via Gigli la lite a cui assiste a distanza il teste Loris Gozi, figura fondamentale dell’accusa. I due salgono in auto e a quel punto solo Logli sa cosa è successo e il luogo dove trovare i resti della donna.

Le sentenze

Resta nell’immaginario collettivo il suo sorriso quando in auto esce dal Tribunale dopo la sentenza di proscioglimento pronunciata nel marzo 2015. Il fatto non sussiste. Per il gip Roberta non è stata uccisa. Può essere ancora viva. La Cassazione annulla quella sentenza. E la ruota della giustizia riparte arrivando al verdetto di primo grado nel dicembre 2016: condannato a 20 anni per omicidio volontario e distruzione di cadavere. Nel maggio 2018 la Corte d’Assise d’Appello ribadisce la responsabilità di Logli. E, al pari del giudizio di primo grado, conferma il movente di una lite degenerata in una coppia che ormai viveva da separata in casa. Con Roberta che aveva ormai prosciugato ogni risorsa sentimentale per salvare il matrimonio e Antonio invaghito della segretaria dell’autoscuola di famiglia. Dopo la condanna in appello Logli si è sforzato di spiegare la sua difesa. E lo ha fatto aprendo le porte di casa, facendo vedere la soffitta da dove telefonava all’amante, ripercorrendo i minuti della sera del 13 gennaio. Il 10 luglio 2019 la Cassazione respinge il ricorso contro la condanna e consegna al Paese la verità giudiziaria sul caso Ragusa.

I testimoni

C’è un testimone che la difesa dell’epoca aveva portato a sostegno della tesi di una sparizione volontaria della moglie di Logli. È il vigile del fuoco Filippo Campisi che quella sera in via Dini sostiene di aver visto una donna in pigiama uscire di casa e salire su un fuoristrada. La Suprema Corte lo ritiene inattendibile. «Come già evidenziato in primo grado si tratta di una testimonianza del tutto sprovvista del crisma della attendibilità – scrive la Cassazione –. A tal riguardo è sufficiente citare le macroscopiche incongruenze e contraddizioni del teste, la smentita, la smentita della smentita, l’insuperabile contrasto delle sue dichiarazioni con quelle di altro soggetto con cui è stato posto a confronto. La difesa non dà conto della sua ammissione (di Campisi, ndr), riportata nella sentenza di primo grado, di essersi inventato di aver visto Roberta uscire di casa la notte della scomparsa e salire a bordo di un’auto condotta da un uomo, per poi rettificare la propria narrazione e riferire di avere visto una donna uscire dalla sede dell’autoscuola Futura e salire a bordo di una vettura. Sicché nessuna certezza si è acquisita, anche a voler considerare l’ultima delle sue tante versioni di quanto visto, che quella donna fosse la Ragusa e non qualcun altro». L’altra testimone è una donna che dice di aver visto Roberta al Carrefour il sabato mattina, ma in lontananza. Anche solo per ottenere la revisione del processo serve qualcosa di più concreto di una rivalutazione delle testimonianze di chi sostiene di aver incrociato la Ragusa dopo il 13 gennaio. È l’ultima chance di Logli.

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