Coronavirus, il prof di Cisanello: «Stiamo sperimentando il Tocilizumab, ma è presto per dare speranze»

Il professor Fabio Guarracino

Le parole di Fabio Guarracino, che dirige le terapie intensive. L’ospedale pisano fa parte del circuito clinico autorizzato dall’Aifa per sperimentare la medicina usata contro l’artrite reumatoide 

PISA. Due pazienti ci sperano. E con loro i familiari che ogni sera ricevono una telefonata dall’ospedale. Un bollettino sanitario privato che serve a tenere viva la fiducia in un salvezza che quando si è terapia intensiva significa vincere la più importante delle guerre. L’ospedale di Cisanello fa parte del circuito clinico autorizzato dall’Agenzia italiana del farmaco per sperimentare il Tocilizumab, medicina usata contro l’artrite reumatoide. Non guarisce dal Covid-19. Le aspettative sul farmaco puntato a ottenere una frenata della malattia. «Mia madre di 78 anni inizialmente è migliorata, ora è stabile» confida al Tirreno la figlia di una ricoverata che ha già perso il papà sul fronte del coronavirus. Il professor Fabio Guarracino è il dirigente dell’unità operativa di Anestesia e Rianimazione Cardiotoracica.

Professore quanti pazienti stanno sperimentando il farmaco?


«In questo momento in terapia intensiva lo stiamo testando su due pazienti».

E gli effetti?

«È ancora presto. Per il protocollo Aifa, non devono essere stati intubati da più di 24 ore».

Quanti pazienti avete in terapia intensiva?

«I pazienti Covid-19 da noi sono una trentina. Qualcuno anche intubato. Ma stanno aumentando. In queste ore stiamo supportando anche gli altri ospedali dell’area Nord Ovest ricevendo i loro pazienti».

Quali sono i trattamenti in terapia intensiva?

«Aiutiamo i pazienti ai quali la sola somministrazione dell’ossigeno non è più sufficiente».

È indispensabile dare ossigeno in maniera continuativa?

«Sì, con sistemi di ventilazione artificiali che possono essere invasivi e non invasivi e che sostanzialmente ci fanno guadagnare tempo in attesa che la polmonite faccia il suo decorso. È un supporto esterno per superare la fase acuta».

Professore, i decessi sono giornalieri. I contagi non si contano più.

«Purtroppo si verificano, è fisiologico».

L’età dei pazienti sta cambiando e si abbassa.

«Sì, sta capitando».

Come ve lo spiegate?

«Certezze non ce ne sono. Potrebbe essere che le persone più fragili siano state le prime a essere colpite e hanno affollato di più gli ospedali nelle prime fasi dell’epidemia».

La reazione dei ricoverati in terapia intensiva?

«In questi giorni abbiamo notato miglioramenti e ne sono anche usciti 4. Ora si trovano nei reparti Covid-19».

Al momento l’unica forma di “cura” è un aiuto nelle respirazione.

«L’obiettivo è non stressare i polmoni garantendo al paziente l’ossigeno necessario. Poi in collaborazione con i colleghi infettivologi somministriamo i farmaci secondo i protocolli».

Un cocktail di farmaci?

«Sì è un insieme abbastanza omogeneo. Si va dagli antivirali all’idrossiclorochina, un antimalarico. L’importante è tenere in vita i pazienti durante il picco più aggressivo della polmonite». 

 

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