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Coronavirus, parla la dottoressa nel mirino del condominio: "Quando ho visto quel cartello ho pianto"

Pisa, la donna, 40 anni, lavora a Cisanello in un reparto Covid. Il vicino di casa le ha lasciato un messaggio: "Sappia che in questo condominio abitano una neonata e un'anziana", poi le scuse

PISA. Dopo una giornata di lavoro in mezzo ai malati, in trincea in un reparto Covid, una dottoressa dell’ospedale di Cisanello torna a casa trova un biglietto di accoglienza che la manda in crisi. Da eroe a untore il passo è breve se prevale il pregiudizio. La dottoressa non ci sta. Si sfoga con i colleghi e la storia del biglietto, con i consigli per non portare a casa dall’ospedale la malattia, diventa pubblica. Inaccettabile, si affrettano a dire i colleghi.

Chiara, nome di fantasia, è una dottoressa di 40 anni, che lavora all’ospedale di Cisanello. Abita a Pisa, è sposata con due figli di 6 e 10 anni. Il marito è un informatico. Una vita serena, fino a quando non scoppia l’epidemia. Il direttore del dipartimento le comunica che dal giorno successivo andrà in turno in un reparto diverso dal solito, quello dedicato ai pazienti Covid, allestito nell’edificio 30 per fare fronte all’emergenza. Non c’è  tempo per stare a pensare. Chiara si organizza pensando ai suoi due bambini, deve metterli al sicuro. Lei e il marito non hanno parenti a Pisa, racconta: “Abbiamo solo una tata pronta a dare una mano quando c’è necessità. Con mio marito decidiamo di vivere in case separate per il periodo necessario. In tempi di coronavirus, si sa, ogni situazione va valutata giorno per giorno”.

Chiara chiede aiuto ad amici cari che le prestano momentaneamente una casa a Marina di Pisa. “Non è facile decidere di autoisolarsi dalla famiglia, da un marito e due bambini piccoli. Ma non è il momento di farsi domande. Gli amici, con un gesto di grande cortesia, informano i vicini  di Marina: se dovessero sentire rumori provenienti dal suo appartamento non devono spaventarsi. Non sono i ladri, è l’amica che torna dal lavoro, una dottoressa di Cisanello, che va in trincea, insieme a medici, infermieri e oss, per curare i malati Covid”.

Tutto fa pensare a una civile convivenza, buoni rapporti di vicinato e di comprensione. Chiara non immagina che, invece, il suo lavoro potrebbe mettere in apprensione un condominio. Ma quando Chiara, dopo il primo turno nel reparto Covid, arriva nell’appartamento messo a disposizione dall’amica, trova un insolito biglietto d’accoglienza.

“Stanca come mai prima, la borsa dei vestiti in una mano e nell’altra le bottiglie dell’acqua, salgo tre piani di scale. Quando finalmente penso di essere arrivata alla fine della giornata,  vedo un biglietto”, prosegue il suo racconto. Ma non c’è scritto: “Grazie”. Il messaggio è diverso. “Cara dottoressa, sappia che in questo condominio abitano una neonata di 6 mesi e una signora ultraottantenne vedova. Perciò usi le massime precauzioni quando utilizza gli spazi comuni, cancelli, scale, sottoscala e corrimano. Grazie”. Possibile? Legge più volte, ma quel messaggio è proprio rivolto a lei, lontana dalla famiglia, vicina al dolore e alla sofferenza di chi è colpito dall’infezione. Lei che, per amore della sua professione, rischia ogni giorno. “Mi metto a piangere per lo sconforto”, dice. È quello l’incontro con la paura e il pregiudizio. Chiara si sente colpita, ne parla in ospedale, la storia poi viene raccontata. I colleghi del dipartimento di Medicina si schierano dalla sua parte: un biglietto inaccettabile, non possono vincere paura e ignoranza, nel vero senso della parola.

A distanza di un giorno l’episodio si chiarisce. Il vicino comprende l’errore e si scusa. “Quel biglietto è frutto di un momento di panico, è facile disorientarsi in tempi come questi. Il vicino mi ha fermato, mi ha fatto le sue scuse, ho capito come è nato il biglietto. Ci siamo chiariti, mi ha anche offerto di farmi la spesa se ho bisogno”, aggiunge. Parlarsi aiuta.

Ma il biglietto c’è stato. Di situazioni come quella della dottoressa possono essercene altre. “Mi sono sentita persa nel leggere quel biglietto – racconta la dottoressa – No, non è possibile: ho pensato. Anche questo devo sopportare. Avrei potuto prendere un congedo parentale di sei mesi, visto che ho due bambini piccoli, ma non c’ho neppure pensato un istante. So quanto sia importante il lavoro dei medici, ora più che mai. Non è facile lasciare la famiglia, vivere in isolamento, andare al lavoro ed essere poi scambiati per untori”.

Diciamo che potranno esserci giorni migliori. La sera del biglietto Chiara è al suo primo turno nel reparto Covid, 36 letti dedicati a questi pazienti, e 15 occupati in poco tempo. La stanchezza le toglie ogni voglia di reagire. “Penso ai segni sul viso lasciati dai dispositivi di sicurezza, penso a quante attenzioni abbiamo. Nessuno di noi fa questa professione con leggerezza. Quando lasciamo il reparto ci laviamo, ci togliamo gli indumenti, tutto avviene in sicurezza. Non possiamo essere guardati con sospetto”, è il rammarico della dottoressa.

Succede a lei, ma potrebbe capitare di nuovo. Ecco perché raccontare la sua storia. Le scuse sono un buon segnale, per abbattere il muro del pregiudizio. Alla dottoressa, della quale non riveliamo il nome come da lei richiesto, sono arrivate subito le parole di conforto dei colleghi che hanno criticato il gesto. A queste si sono aggiunte la solidarietà di alcuni schieramenti politici regionali. "Solidarietà alla dottoressa, positive le scuse dell’autore - dicono  - ma si faccia attenzione a non stigmatizzare chi combatte la battaglia contro l’infezione in prima linea".