La Scuola Normale apre le porte alla studiosa simbolo dei curdi

Assegno di ricerca a Delal Aydin, a rischio per gli studi sul popolo del Kurdistan «In Turchia chiunque può essere arrestato in qualsiasi momento: è terribile»



Anzitutto donna, poi curda e per giunta talmente colta da essere una ricercatrice universitaria. Tre caratteristiche che mettono Delal Aydin al centro del mirino. Tre elementi che le hanno aperto le porte della Normale di Pisa grazie al “Scholars at Risk”, una rete internazionale di università che protegge accademici in pericolo di vita o il cui lavoro è compromesso dalla violazione dei diritti umani. Da qualche giorno Delal è in Italia grazie a un incarico di studio e ricerca conferitole dalla Scuola superiore per la classe di Scienze politiche e sociali nella sede di Firenze. L’assegno di ricerca è finanziato dagli Amici della Scuola Normale e dalla Regione Toscana. L’ambito di studio è quello dei movimenti giovanili curdi negli anni ‘90. Vale a dire la ricerca che ha messo a rischio la sua stessa vita.


Perché la sua ricerca la espone a dei rischi?

«Durante gli anni ‘90 i curdi hanno lottato contro la distruzione delle loro comunità. Quasi tutti abbiamo perso una persona cara e in milioni hanno perso la casa in quella che fu chiamata la “guerra a bassa intensità” in Turchia. Nella mia ricerca racconto questi orrori e come tanti giovani abbiano sacrificato la loro vita per il movimento curdo. Per farlo ho condotto una ricerca etnografica a Diyarbakir, la città curda più popolata della Turchia, e ho intervistato i pionieri di quella che molti chiamano la “generazione perduta”».

E per questo è diventata anche lei una perseguitata.

«Non solo per la mia attività di ricerca, che mi ha messo in stretto contatto con il comune pro-curdo di Diyarbakir, il Partito democratico popolare (Hdp) e il Congresso delle donne libere. Ma anche perché nel 2016 ho firmato la petizione “Non parteciperemo a questo crimine” dell’ Academics for Peace Initiative che denuncia la politica del governo turco e la violenza nelle città curde. Subito dopo sono cominciate le espulsioni di massa tra i 2mila accademici firmatari».

L’hanno messa a tacere?

«Purtroppo nell’ambiente accademico curdo non è possibile pubblicare ricerche ed effettuare studi sui curdi».

Teme per la sua vita?

«Non sono mai stata minacciata di morte, ma nel 2015 sono sopravvissuta a un attentato dell’Isis (lo stato islamico fermato grazie al sacrificio fondamentale del popolo curdo, ndr) a Diyarbakir e ho rischiato la vita durante i bombardamenti nel centro storico. È stato un periodo di violenza e paura. Quasi ogni giorno qualcuno veniva ucciso per le strade. Non potevo fare nulla per fermare questi omicidi e la petizione per la pace ha dato voce alla mia disperazione».

Cosa significa essere una donna curda in Turchia?

«Essere una donna è molto difficile in Turchia: nell’ultimo anno i femminicidi sono stati 474. Essere una donna curda è poi particolarmente difficile: si passa dagli sguardi di disprezzo quando parli curdo in pubblico al linciaggio. Il mio nome rivela le mie origini e l’impegno dei miei genitori nella politica curda. Sono da sempre un bersaglio di persone sessiste e razziste».

Hai paura per amici e parenti in Turchia?

«Sì! Si rischia anche per un “mi piace” su Facebook. Prima di partire in Italia ho organizzato un incontro con un amico di Diyarbakir. Non si è presentato e ho scoperto su Twitter che è stato arrestato. Chiunque può essere arrestato in qualsiasi momento e questo è terribile». —

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