Il rogo sul Serra, il testimone: «Segnalai ai carabinieri i sospetti su Franceschi»

Un intervento di spegnimento del rogo sul Monte Serra (foto Muzzi)

Uno dei volontari del Gva accusa il 38enne calcesano. Gli zampironi rotti come possibile innesco la sera del 24 settembre 2018

PISA. «A un certo punto ho avuto il sospetto che Franceschi c’entrasse con l’incendio. Non l’ho detto agli altri volontari. Sono andato direttamente dai carabinieri». È nella fase finale di un’udienza durante almeno sette ore che uno dei dodici testi citati dall’accusa, ex volontario del Gva “Paolo Logli” di Calci, indica con chiarezza la presunta responsabilità dell’imputato nel disastro del Serra.

Quella di ieri può essere ribattezzata l’udienza degli zampironi. E della descrizione di quanto l’imputato fosse coinvolto in modo totalizzante nell’attività dell’antincendio e di quanto fosse cambiato d’umore dopo il 24 settembre: il giorno dell’incendio che devastò il Serra.



I testi, in gran parte del gruppo volontari antincendio di Calci e operai forestali, hanno sfilato davanti al collegio del Tribunale (presidente Dani, a latere Grieco e Iadaresta) e al pm Flavia Alemi nel processo a carico di Giacomo Franceschi, 38 anni, di Calci, ai domiciliari a Pisa dal 10 ottobre e in arresto dal 21 dicembre 2018. Assistito dall’avvocato Mario De Giorgio è accusato di incendio boschivo doloso e disastro ambientale.

All’udienza hanno assistito anche una ventina di studenti di procedura penale accompagnati dal professor Luca Bresciani dell’università di Pisa.

Il pm ha insistito molto sull’aspetto degli zampironi. Per l’accusa, infatti, è stato quello l’innesco che Franceschi avrebbe utilizzato la sera del 24 settembre 2018 nelle vicinanze del punto in cui si era sviluppato un altro incendio il 15 dello stesso mese.

I carabinieri ne sequestrarono alcuni pezzi rotti all’interno della sede. Un dettaglio sul quale i volontari hanno risposto alle domande del pm.

«Quando venivano usati li portavamo sempre a una consumazione totale – hanno ribadito i testi –. Non lasciavamo mai dei pezzi residui. Una volta terminati usavamo zampironi nuovi».

Con questo passaggio la Procura vuole dimostrare che trovare dei pezzi rotti di zampironi nella sede dopo l’incendio potrebbe significare che Franceschi - era tra quelli che aveva le chiavi della sede – avrebbe potuto spezzare il materiale e metterselo in tasca per creare l’innesco. In tasca aveva sempre un accendino, anche se non fumava.

Sul punto del cambiamento di umore c’è stato chi ha ricordato un atteggiamento diverso di Franceschi «ma eravamo tutti molto scossi»hanno chiosato. E c’è chi ha ricordato di averlo visto «cupo, assente, distaccato», autore anche di post su Facebook duri e di sfida contro il piromane del Serra. L’avvocato De Giorgio sull’aspetto del comportamento più riservato e chiuso dopo il 24 settembre di Franceschi ha sottolineato che in quel periodo il padre era in condizione di salute molto serie.

Prossima udienza il 18 dicembre con le intercettazioni protagoniste del dibattimento. —