Falso in bilancio: confermati i sequestri a 4 dirigenti della Banca di Pisa

Sotto inchiesta dopo la relazione della Banca d’Italia sono finiti quattro alti dirigenti dell’istituto di credito

PISA. I sequestri sono stati corretti e funzionali all’attività di indagine partita da una relazione della Banca d’Italia che la Procura ha tradotto in un’inchiesta per falso in bilancio. E’ la Cassazione che conferma il provvedimento sui computer e sei pen drive sequestrati a metà dicembre 2018 a quattro dirigenti della Banca di Pisa e Fornacette finiti sotto indagine per un’ipotesi di reato contestata dal sostituto procuratore Fabio Pelosi nella rappresentazione non veritiere di una alcune poste iscritte a bilancio.

Si tratta di Mauro Benigni, 73 anni, di Buggiano, presidente del consiglio di amministrazione, Patrizia Tempestini, 58 anni, di Calcinaia, direttore centrale crediti, Giovanni Presutti, 53 anni, di Pontedera, risk manager, Gianluca Marini, 59 anni, pisano, direttore generale. Altre persone, anche esterne alla banca, sono indagate per una serie di operazioni che per l’accusa hanno favorito un falso in bilancio relativo al 2016. I vertici della banca sono assistiti dagli avvocati Stefano Del Corso e Marco Vasarri. Il Tribunale della Libertà di Pisa aveva confermato la legittimità dei sequestri di computer e pennette usb. I difensori hanno, quindi, impugnato l’ordinanza davanti alla Suprema Corte sottolineando la sproporzione tra il sequestro e il reato contestato. Gli ermellini hanno ribadito che le azioni di Procura e Guardia di finanza sono state necessarie all’acquisizione degli atti di indagine senza ledere i diritti degli indagati. Secondo la Procura l’addebito mosso ai bancari avrebbe configurato un’ipotesi di reato «mediante la cessione infragruppo a favore della controllata Sigest s.r.l. del residuo patrimonio immobiliare della Banca di Pisa e attraverso la rivitalizzazione di crediti, inizialmente portati a sofferenza verso cinque creditori (Cantiere Navale San Lorenzo, Porton Rosso, Sviluppo Navicelli, RE Costruzioni, Sant'Andrea Immobiliare)».

La Finanza nel dicembre 2018 nella sede della banca sequestrò i personal computer presenti nelle stanze degli indagati, oltre a sei pen-drive, nella disponibilità di Benigni e Tempestini. Non solo. Gli investigatori procedettero all'estrazione di una copia forense integrale della posta, estratta dai personal computer, degli archivi on-line delle caselle di posta elettronica degli indagati (estratti dal server remoto della Banca) della cartella denominata "ufficio legale", oltre a documentazione cartacea.

L'ordinanza dà atto di una segnalazione della Banca d'Italia molto ampia, estesa anche alla verifica dell'esistenza del concorso di persone nel reato ipotizzato, da parte di persone diverse da chi ha fatto il ricorso. Scrivono i giudici della Suprema Corte: «Inoltre l'ordinanza impugnata ha dato conto dell'impossibilità di conseguire il medesimo risultato attraverso altri e meno invasivi strumenti cautelari sulla base della valutazione della complessiva vicenda e, segnatamente, rilevando le difficoltà operative e tecniche di procedere ad una perquisizione mirata di dati relativi ad accertamenti complessi, riguardanti più parti (banca e diversi creditori, nonché i rapporti infragruppo, con la controllata Sigest) e l'acquisizione di documentazione contabile, anche di natura tecnica, relativa alla stesura del bilancio.

Secondo la Cassazione i ricorsi contro simili sequestri sono ammessi solo “per violazione di legge, in tale nozione dovendosi comprendere sia gli errores in iudicando o in procedendo, sia quei vizi della motivazione così radicali da rendere l'apparato argomentativo posto a sostegno del provvedimento o del tutto mancante o privo dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza e quindi inidoneo a rendere comprensibile l'itinerario logico seguito dal giudice». Non ci sono state violazioni di legge e la correttezza dei sequestri ha avuto il timbro anche della Suprema Corte. 


 

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