Cassiere rubava ai clienti: «Sono malato di gioco». Licenziamento legittimo

Gli sono attribuiti diversi episodi che avevano provocato altrettanti ammanchi in banca. Il pronunciamento della Cassazione. Secondo i consulenti, la ludopatia non era grave e l'impiegato era consapevole delle sue azioni

PISA. È legittimo il licenziamento del dipendente sorpreso a rubare i soldi dei clienti anche se sostiene, con un certificato medico di una struttura privata, di essere affetto da una seria ludopatia. Lo ha stabilito la Cassazione (notizia pubblica nell'edizione cartacea del nostro giornale del 7 dicembre) dichiarando inammissibile il ricorso di un ex cassiere allontanato dopo numerosi episodi di appropriazioni indebite ai danni della clientela. L’allora impiegato aveva lavorato prima alla Banca Popolare Dauna, poi diventata Credem.

Una carriera all’apparenza irreprensibile che si interruppe dopo la scoperta del “vizietto” di restare con le banconote attaccate alle mani. Un sistema che aveva frutto diverse migliaia di euro all’impiegato infedele poi allontanato dall’istituto di credito. Sia il Tribunale di Pisa che la Corte d’Appello avevano rigettato la sua richiesta. Ora la Cassazione pone fine alla vicenda in cui l’uomo affermava che all’origine degli ammanchi in contestazione ci fosse una grave ludopatia.

Stando alla consulenza tecnica d’ufficio presentata in appello «emergeva soltanto una ludopatia lieve o al più moderata, che non aveva compromesso la capacità d'intendere e di volere del reclamante, sicché era residuata un'apprezzabile capacità di autocontrollo, atteso che la condotta appropriativa veniva posta in essere proprio in occasione di favorevoli condizioni ambientali, restando accertato che il lavoratore non era soggetto ad alcun impulso ingestibile, operando invece nella piena consapevolezza del disvalore de suo comportamento e sulla base di una valutazione razionale».

Per i giudici, insomma, non c’era l’impulso irrefrenabile di prendere i soldi. «Posso farlo perché nessuno mi vede» era la molla dell’imputato che fu cacciato per giusta causa. E che adesso, ammesso al gratuito patrocinio, deve versare 4mila euro alla Credem per le spese di giudizio.