Caso Ragusa, il figlio Daniele risponde alla parente: «Mamma sempre nel cuore»

Daniele Logli

Polemica con Maria Ragusa dopo aver scritto di credere all’innocenza del padre. L’avvocato del giovane: «Auspicabile il rispetto dei sentimenti dei due figli»

PISA. «Daniele porta sempre nel cuore la sua mamma e il fatto che proprio una parente possa mettere in dubbio siffatto sentimento appare a dir poco sconcertante e fuori luogo». Lo scrive l’avvocato Beatrice Vestri. Ma quelle parole rappresentano il pensiero di Daniele Logli, 21 anni, figlio di Antonio e Roberta Ragusa. Un giovane che, con la sorella ancora minorenne, da sei anni vive la condizione di orfano di madre, di cui non sa più niente dal gennaio 2012, e figlio di una persona condannata a 20 anni per avergli ucciso la mamma.

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Un tormento interiore che accompagna Daniele in un terreno doloroso, frutto degli effetti collaterali di una storia che ha spaccato il Paese. Quando il legale fa riferimento alla parente si riferisce a Maria Ragusa, una delle cugine di Roberta che al settimanale “Giallo”, a proposito della lettera di Daniele a sostegno del padre, ha dichiarato di aver avuto i brividi: «Probabilmente, conoscendola, per lei sarebbe stata una delusione enorme, considerato che ai suoi figli ha dato tutto, finanche la vita. Evidentemente a lui, Daniele, non è arrivato il messaggio amorevole lasciato in eredità da Roberta». E poi aggiunge: «Mi avrebbe fatto piacere leggere nel suo scritto che si sarebbe impegnato a cercare la madre. Questa indifferenza mi ha fatto molto male».

Da anni i rapporti tra i Logli, figli compresi, e le cugine di Roberta si sono interrotti. L’avvocato afferma di contestare «recisamente la strumentalizzazione dell’atto processuale, (tra l’altro destinato esclusivamente all’attenzione della Corte di Assise di Appello) che la stampa attribuisce alla signora Maria Ragusa – parte civile costituita – precisando che in alcun modo dal contenuto della memoria si può desumere che il figlio Daniele abbia “dimenticato la madre”. Sarebbe auspicabile per il prosieguo che tutte le persone coinvolte rispettassero i sentimenti e il dolore altrui ricordando che, sicuramente, chi più soffre della mancanza di Roberta sono Daniele e la sorella i quali hanno comunque sempre rispettato, in certi casi anche non condividendole, le posizioni degli altri membri della famiglia».

Non c’è solo la certezza dell’innocenza del padre, di cui auspica l’assoluzione, nella lettera che Daniele ha scritto ai giudici. Il figlio, attraverso il legale, racconta anche del disagio subìto nel corso delle indagini sul conto del papà. Che ai suoi occhi lo ha protetto contro un accanimento, non solo mediatico, ma anche investigativo. «Le uniche due persone “veramente” offese e danneggiate dalla triste vicenda sono proprio i figli di Roberta Ragusa – afferma l’avvocato Vestri nella memoria –. Com’è ben comprensibile sia Daniele che la sorella, a partire dal 14 gennaio 2012 hanno vissuto nel terrore e nella speranza che, da tutta questa vicenda mediatica e processuale, la loro vita venisse ancora una volta turbata e stravolta definitivamente. Nel terrore di ricevere la ferale notizia del ritrovamento del cadavere della madre, con la certezza definitiva della morte della loro mamma, nonché nell’ulteriore infausto e terribile annuncio di saper condannato per il presunto omicidio il loro padre. Nella speranza di sapere che la loro mamma non è morta, nonché nella speranza che il loro padre venga riconosciuto innocente da ogni contestazione mossagli».

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I due ragazzi, all’epoca dei fatti, sono stati travolti da una storia enorme per contenuti e pressioni. «Non è stato facile per loro vivere questi anni, che hanno coinciso con la fine dell’infanzia e l’inizio dell’adolescenza – prosegue il legale per conto di Daniele – senza la loro mamma ma con la continua e costante presenza, fuori e dentro le mura della propria casa, di persone estranee, inquirenti e giornalisti, che direttamente o indirettamente hanno spiato, stravolto, calpestato ogni momento della loro esistenza ma soprattutto del loro dolore di figli. Spinti a diventare adulti con “violenza” e per cosiddette “esigenze d’indagine” a subire loro stessi un processo, innanzi al Tribunale dei Minorenni di Firenze, al fine di accertare e verificare che il loro padre non li sottoponesse a violenze, a maltrattamenti, imponendogli il silenzio su quello che avevano sentito, visto o percepito quella fatidica notte fra il 13 e il 14 gennaio 2012. Ma, nonostante le predette imposizioni “inquisitorie” le ipotesi sopra enunciate di presunti maltrattamenti al fine di ridurre al silenzio anche chi scrive sono rimaste prive di alcun riscontro».

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