Cieco dopo l'intervento: risarcito con 1,2 milioni di euro

Un intervento in sala operatoria

Pisa: operaio, a 36 anni, era caduto da un albero e aveva già perso l’uso delle gambe

PISA. Entrò in sala operatoria con l’uso delle gambe già compromesse per le lesioni provocate dalla caduta da un albero. Concluso l’intervento era diventato anche cieco. «Una catastrofe» hanno scritto i giudici nel condannare l’ospedale a risarcire paziente e moglie. Aveva 36 anni l’operaio pisano che nel giugno 2005 si ritrovò su una sedie a rotelle e il buio eterno negli occhi. Se per le gambe paralizzate poteva solo maledire il destino, diverso lo sfogo orientato per la cecità piombata come una pena accessoria in una condanna a vita da disabile. A lui e alla moglie la Corte d’Appello di Firenze ha riconosciuto un risarcimento di oltre 1,2 milioni di euro. Per il danno diretto sul paziente l’importo è di poco superiore ai 900mila euro, mentre come danno di riflesso alla compagna sono stati assegnati 302mila euro.

La donna lavorava come cameriera in un ristorante dell’immediata periferia. Il dramma non cambiò in peggio solo l’esistenza del marito, ma anche la sua vita perché decise di licenziarsi per stare vicino al compagno. In un contenzioso di massimali, franchigie e coperture assicurative con postille cavillose, l’Azienda ospedaliera ha deciso di impugnare in Cassazione la sentenza della corte fiorentina. Il Tribunale civile di Pisa e i colleghi dell’Appello di Firenze hanno riconosciuto l’imperizia dei medici che seguirono l’operaio, ora 48enne, durante l’operazione nel giugno di dodici anni fa. Una posizione prona, sbagliata secondo il consulente del Tribunale di primo grado, favorì un aumento della pressione oculare fino al danno irreversibile della cecità.

Scrive il giudice rifacendosi alla relazione del consulente: «Trattasi di un profilo di imperizia senz’altro ascrivibile ai sanitari. La cecità bilaterale è dunque certamente derivata dalla mancata adozione di tutte le cautele volte ad evitare il contatto tra gli occhi del paziente stesso e strutture rigide, cautele individuabili nel corretto posizionamento del paziente e nell’utilizzo di specifici dispositivi. In ogni caso, non vi è neppure prova che i sanitari abbiano proceduto, durante l’intervento, ad un adeguato monitoraggio dei parametri vitali del paziente, il che avrebbe consentito di prevenire anche le altre possibili cause (ipotensione, anemia) della complicanza in parola».

Lo stavano operando per le lesioni alla spina dorsale, ma, secondo i giudici di primo e secondo, per la tutela della vista «vi è la prova che i sanitari non si sono attenuti alle linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica». Un errore per il quale il paziente è diventato cieco, oltre a essere costretto a muoversi, mai da solo, su una sedia a rotelle. «Non vi è infatti dubbio che la perdita della vista, evento di per sé gravissimo, si traduce, per una persona già gravemente disabile, in una vera e propria catastrofe, dal momento che il soggetto diventa quasi completamente privo di autonomia» sottolinea il Tribunale.

In primo grado Aoup e assicurazione erano state condannate a pagare 1,1 milioni di euro con gli interessi. La richiesta della moglie era stata respinta. Nel 2014 l’operaio aveva ricevuto 972mila euro dall’ospedale e 426mila euro dall’assicurazione. In Appello sono arrivate alcune modifiche: deve sì restituire 70mila euro all’Aoup e 426mila euro alla compagnia, ma alla moglie, contrariamente a quanto deciso a Pisa, vengono riconosciuti 302mila euro.