Follia vigilantes: anche senza licenza ma sempre armati

Rischiano la vita per una paga di 1.200 euro. I sindacati denunciano gli scarsi controlli

Vieni licenziato, ma ti lasciano la pistola. Ti mandano in pensione, ma ti lasciano la pistola. Anche se ti mandano in aspettativa (più o meno forzata) ti lasciano la pistola. Il porto d’armi no. Ti ritirano pure la licenza, il “tesserino” da guardia giurata. Quindi, non puoi più sparare, confermano i sindacati della vigilanza privata, da Unal a Sipav. Ma hai le armi per farlo. Poi ci si stupisce per le rapine. O per gli omicidi.

42 MORTI IN 3 ANNI. Basterebbero i dati degli ultimi tre anni a far parlare di emergenza: nel 2013 in Italia ci sono stati 22 morti (fra suicidi e uxoricidi) imputabili a guardie giurate (in servizio e non); nel 2014 sono calati a 9, ma quest’anno siamo già a 11, conteggiando anche l’ultimo di Pisa. In tre anni 42 morti, per uso improprio di armi.

LICENZIATO MA ARMATO. «Ma non ci si deve meravigliare - attacca Francesco Pellegrini, segretario nazionale di Unal - visto che non esiste legge che imponga di ritirare l’arma alle guardie giurate che cessano la professione. C’è l’obbligo di restituire licenza, divisa e porto d’armi ma non la pistola perché quando entri te la devi comprare da solo». Ma se non ha più porto d’armi - si chiede Pellegrini - «a che cosa ti serve una pistola che non puoi più usare?». Questa - rincara Vincenzo Del Vicario - non è l’unica domanda che lo Stato lascia senza risposta: «Ci deve anche spiegare - insiste il segretario nazionale del Sipav, il sindacato autonomo della vigilanza privata - perché la legge consente a ciascuna guardia giurata di acquistare fino a 3 armi e 200 colpi. Il problema non è da poco, perché se durante l’attività le acquista, poi quando smette di lavorare,non le riconsegna. Poi ci si meraviglia di vigilantes o ex che organizzano rapine o commettono altri crimini. Come se nessuno sapesse come funziona il nostro mestiere».

GLI ISTITUTI NON DENUNCIANO. Accanto alle persone che rischiano la vita per uno stipendio medio di 1258 euro lordi al mese - denuncia Pellegrini - ce ne sono altre - ammette Del Vicario - che «rubano ai portavalori o che magari sniffano. Ma spesso gli istituti stessi non denunciano i propri dipendenti, anche se li beccano, per non rovinare il “buon nome” dell’agenzia. Li mandano via e basta. Così questi vanno a lavorare altrove e continuano a delinquere». Potendo contare sul fatto che gli istituti quasi mai sono sottoposti a controlli, se non quando le procure iniziano indagini perché possono intuire che «in alcune società ci siano infiltrazioni della criminalità organizzata. Ma a quel punto - prosegue Del Vicario - si entra nel mondo del paradosso. Lo Stato deve usare le poche risorse che ha per controllare la vigilanza privata che, secondo il Regio decreto del 1931, invece, sarebbe nata come supporto alle forze pubbliche dell’ordine».

MANCA LA LEGGE SULLE ARMI. Ma la tendenza inarrestabile è questa. Eppure - evidenzia Pellegrini - «basterebbero poche norme per cambiare e proteggere i colleghi che svolgono questo lavoro con dignità, a rischio della vita, malgrado le paghe da fame. Una su tutte, una legge che obbligasse chi non svolge più la professione a vendere la pistola entro due giorni dal ritiro del porto d’arma. Con dovere per la questura di effettuare controlli». Invece nulla di tutto questo avviene. Anzi, fino a maggio 2015 - ricordano Pellegrini e Del Vicario, non sono era possibile tenere le armi senza autorizzazione «ma chi le deteneva non doveva sottoporsi ad alcuna verifica. Da tre mesi, almeno, esiste una legge che impone l’obbligo di una visita psichiatrica annuale. Non è che metta proprio al riparo da tutto, ma almeno è sempre un passo in avanti». Mai così avanti da contrastare «le lobby delle armerie, il business del rilascio dei porti d’arma - osserva Del Vicario - con i certificati medici da 50 euro, le marche da bollo, la vendita di pistole e munizioni».

IN STRADA ALLO SBARAGLIO. Ritratto così il sistema sembra malconcio. «In parte lo è davvero - accusa Pellegrini - perché ci sono agenzie che non si preoccupano neppure della formazione del personale. Mettono la divisa addosso agli assunti e li mandano in strada allo sbaraglio, dopo poche ore di lezione e di tiro al poligono. Magari con turni massacranti, anche di 20 ore, con straordinari pagati a nero, 5 euro l’ora. Se osano lamentarsi, i datori di lavoro li mettono fissi al turno di notte». O li mandano a lavorare lontano «da casa, in modo da far rimettere anche le spese di viaggio, mai rimborsate».

ASSUNZIONI CON AGEVOLAZIONI. Difficile da credere? Niente affatto, conclude Del Vicario. Soprattutto con le nuove norme sul lavoro. «Una volta nella vigilanza privata si tendeva ad assumere militari o ex forze dell’ordine. Oggi no. Gli istituti che puntano a ottenere gli appalti al massimo ribasso, con sconti forti, vogliono dipendenti a basso costo. Perciò privilegiano persone iscritte alle liste di mobilità da oltre 24 mesi: così possono contare sugli sgravi contributivi. Per tre anni il 50% dei contributi li paga lo Stato. Poi se queste persone erano muratori e camerieri non interessa a nessuno. L’importante è il profitto».