Palazzo Blu, uno scrigno pieno di gemme e di segreti

Palazzo Blu fotografato da Fabio Muzzi

Restauro durato sei anni, nel 2007 è stato restituito alla città come sede espositiva. Il “Polittico di Agnano” esposto col suo clone. La storia di Artemisia Gentileschi

PISA. Palazzo Blu – sesta stampa in regalo con “Il Tirreno” per la collana “Pisa di notte” – è stato acquistato dalla Fondazione Pisa nel 2001 e il suo recupero è terminato nel 2007; quindi la città conosce l’edificio nelle sue fattezze attuali solo da pochi anni. Ma per come si è integrato e per quanto ha cambiato il panorama culturale con le sue mostre e iniziative, Palazzo Blu è come se ci fosse sempre stato.

Centro espositivo. Banale, ma obbligatorio ricordare che dal 2009 in poi Chagall, Joan Mirò, Picasso, Wassily Kandinsky, Andy Warhol e Amedeo Modigliani in quest’ordine sono stati protagonisti della mostra invernale (tipicamente da ottobre a febbraio dell’anno successivo). Piccoli eventi da 100.000 biglietti staccati a botta, che hanno richiamato visitatori da tutto il mondo (senza retorica). E che hanno unito le esigenze di botteghino con il valore culturale dell’operazione. Siamo in attesa di Henri de Toulouse-Lautrec, il prossimo autunno. Meno evidente (sebbene gratuito) il patrimonio a disposizione nella collezione permanente.

Illusione ottica? Alla sua nascita, infatti, la Fondazione ha acquistato l’intera collezione della allora Cassa di Risparmio di Pisa e ha scelto di renderla fruibile al pubblico proprio all’interno di Palazzo Blu. Ammirarla è un viaggio nella storia della città. Per esempio, al secondo piano sono esposti il “Polittico di Agnano” e il “Polittico di Agnano”, cioè l’opera originale realizzata da Cecco di Pietro nell’ultimo decennio del XIV secolo e la sua copia, eseguita nel 1930 dal più famoso falsario italiano del Novecento, Icilio Federico Joni. Caso forse unico al mondo di esposizione di un’opera e del suo falso. Poste una di fronte all’altra, incuriosiscono quasi tutti i visitatori che rimangono sconcertati fino alla spiegazione ufficiale. I proprietari del polittico commissionarono all’imitatore senese una copia che riuscì così bene da indurre in tentazione: durante il restauro dell’originale, la copia fu messa al suo posto (nella chiesetta di Agnano) senza dire niente a nessuno. E l’inganno sarebbe riuscito se il luogo di culto non fosse stato bombardato durante la guerra. Fu così che si scoprì che l’opera rovinata non era quella vera. Oggi la copia appare più vecchia, per via delle disavventure subite.

La spazzatura. Dal 25 aprile di quest’anno, il palazzo ha aperto una nuova sezione espositiva dedicata alle fondamenta. Dario Moretta è un mediatore culturale della cooperativa Kinzica che organizza visite guidate “alternative” nel Palazzo: in pratica si tratta di lezioni di arte e storia con tutti i crismi del rigore scientifico (e l’approvazione della Fondazione Pisa), ma condotte con uno stile più lieve. Ebbene Moretta nei sotterranei segnala la ricostruzione dell’immondezzaio; gli appassionati di archeologia sanno che proprio da quello che è stato buttato si capisce quanto le famiglie sono ricche e che stile di vita hanno. Altro esame importante: nei secoli scorsi «le stoviglie erano un po’ lo status symbol, equivalente ai telefonini di oggi. E poche famiglie potevano permettersi quelle blu».

Il colore. Ci stiamo girando intorno: blu, come il sangue dei nobili che si sono succeduti nell’elegante dimora? Blu, come le preziose porcellane? Sì e no: il particolare azzurro, trovato sulla facciata sotto gli strati più recenti di pittura, fu dovuto probabilmente al gusto di ospiti di San Pietroburgo che soggiornarono nel palazzo nell’Ottocento. Durante i restauri si è deciso di riportarlo alla luce.

Segreti. Come ogni palazzo che si rispetti, anche l’edificio al centro di lungarno Gambacorti ha i suoi passaggi nascosti: Moretta illustra che furono realizzate numerose scale di servizio per permettere alla servitù di non incrociare mai la nobiltà. Inoltre, nelle sale da pranzo c’erano dei punti in cui i signori potevano depositare i propri oggetti: da qui il personale riusciva a portarli via di nascosto. Tanti sono i segreti custoditi: vietato svelarli tutti.

Femminismo. Ma bastano due piccoli indizi: una mostra dedicata ad Artemisia Gentileschi aveva tra i “pezzi” in esposizione un dipinto che raffigura (tra l’altro) un libro di storia aperto, da cui si distingue la firma della stessa autrice. Ancora, la vicenda della non bellissima Isabella Roncioni che fa perdere la testa a Ugo Foscolo e di un quadro pagato a metà dal padre e dalla madre. Tutti segnali di un’antesignana idea di autonomia della donna. A Palazzo Blu c’è anche questo. E quando un “museo”, da contenitore che era, diventa esso stesso fonte di Storia e storie, non c’è da aggiungere altro. Accettando di essere solo gocce di passaggio (parafrasando Pascal).