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IL COMMENTO

Ma non è il caso di minimizzare

Ormai è diventato un gesto seriale

«Tu un'avvocatessa non potrai mai diventare, perché un negro avvocato non si è mai visto». Chissà se ad agire è stato un gruppo o qualcuno da solo. Oppure se si tratta di adulti o di ragazzi. La nuova lettera offensiva rivolta alla ragazzina senegalese, colpevole di essere nera e brava a scuola, apre nuovi scenari in una vicenda di straordinaria intolleranza. Quantomeno sgombra il campo da certe grossolane e assolutorie minimizzazioni, tendenti a derubricare il gesto razzista in bravata. No, persino la città toscana meno contagiata dal provincialismo e più tollerante, nelle proprie viscere nasconde il tumore del razzismo, difficile da curare.

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Non è una bravata perché ormai è diventato un gesto seriale. Possibile che dei ragazzini al primo anno di superiori abbiano tanta determinazione a sfidare scuola, opinione pubblica e forze dell'ordine in nome di un'invidia corrosiva? Si obietterà che l'autore magari frequenta il triennio, ma allo stesso modo avrebbe la sfrontatezza di agire nonostante che la vicenda abbia travalicato i confini locali per diventare un fatto nazionale? Visto il quadro alquanto nebuloso, ogni spiegazione può essere plausibile e illogica insieme.

Ad esempio, chi può escludere a priori che le lettere, compresa quella recapitata ieri mattina che è la settima della serie, non siano state scritte da un adulto? I concetti espressi, benché miserrimi quanto a riferimenti culturali, a costruzione lessicale e correttezza grammaticale, non hanno una matrice adolescenziale sicura: «È stata una buona idea la stampa. Però devi sapere che anche loro fingono, perché loro vogliono solo soldini». È un tono compassato, da cui sprizza un senso di superiorità con la pretesa di apparire persino amichevole. Subito dopo il corvo lancia la sua sfida auto-compiacente, dove i confini con il delirio di onnipotenza sfumano e diventano impercettibili: «Non saprete mai chi sono e neanche quelli str…. dei carabinieri». Saranno invece i carabinieri, che indagano, a scoprire chi scrive scempiaggini del genere con grafia maiuscola, incerta e sprecisa. Chiunque sia, è certamente una persona malata di razzismo, arroccata nella falsa convinzione che gli umani siano divisi in razze e che quella nera sia una variante subordinata alla bianca. Una manifestazione tangibile dell'eterogenesi dei fini, insomma: Dio creò l'uomo e lo concepì bianco; poi, in maniera imprevista, come fosse un accidente, arrivarono i neri, i gialli e i rossi... Ma solo i bianchi, secondo il razzista di Pisa, sono gli eletti: gli altri si accomodino nella loro condizione di marginalità. Quando non si integrano, sono i soliti negri che fanno strame della nostra civiltà, portano malattie e terrorismo e quindi restino a morire di fame a casa loro.

Quando viceversa si integrano, non sognino di avere gli stessi diritti dei nativi. Anzi si riapproprino della condizione che deriva loro dalla negritudine. La marginalità sociale. Il razzismo è un tumore che può divorare la nostra società. L'unico modo per impedirgli di devastarla, è prevenirne la diffusione. La scuola è il luogo adatto per farlo, ma tra nozionismi, verifiche e scrutini, nessuno ha più il tempo né la voglia d'insegnare che gli uomini sono tutti uguali.

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