Pin del bancomat clonato, banca costretta a risarcire

Una giovane fa un prelievo al bancomat

Pisa: odissea per il rimborso dopo che da un conto erano stati sottratti settemila euro. La vittima: «Sostenevano che custodivo il codice assieme alla carta. Non era vero»

PISA. È allarme clonazione bancomat a Pisa e provincia. Sono sempre di più i casi in cui al furto del portafoglio con all'interno la carta di pagamento seguono prelievi fraudolenti prima che il proprietario riesca a bloccarlo. I ladri hanno ormai a disposizione strumenti tecnologici sofisticatissimi in grado di codificare il pin attraverso il bancomat rubato. Sembrano davvero lontani i tempi in cui venivano esogitati strani marchingegni posizionati negli sportelli automatici dai quali si risaliva ai codici; marchingegni spesso grossolani e quindi facilmente individuabili.

Adesso, come, dicevamo il rischio clonazione è davvero molto alto. Uno degli ultimi casi risale al dicembre scorso quando una signora di Porta a Lucca è stata borseggiata al mercato di via Paparelli; il tempo di accorgersi del furto e recarsi ai carabinieri per fare denuncia, che già 250 euro erano stati prelevati. Una tecnologia che sembra disorientare anche le banche una volta che il cliente denuncia le operazioni illegali per avere il rimborso.

«In caso di furto del bancomat - spiega l'avvocato Alberto Foggia, delegato Adusbef di Pisa e provincia - alcuni istituti bancari ritengono ancora che la vittima potesse avere il pin all'interno del portafoglio o della borsa rubata. E quindi ritenendo il cliente stesso negligente, contestano il rimborso. In un mio caso recente, una signora di Calci a cui era stato rubato e clonato il bancomat ha avuto indietro la somma solo dopo il mio intervento».

Ma ci sono anche casi in cui la banca continua a respingere la richiesta dei rimborsi rendendo così necessario il ricorso all'Arbitrato bancario finanziario. Si tratta di un sistema di risoluzione stragiudiziale previsto dalla legge sul risparmio n. 262 del 2005, al quale i clienti di banche e intermediari finanziari possono rivolgersi con un reclamo in caso di controversie.

L'arbitro è un organismo indipendente e imparziale che opera attraverso tre collegi giudicanti (a Milano, Roma e Napoli) composti ognuno da 5 membri: tre nominati dalla Banca d'Italia, uno dall'associazione di categoria dei consumatori e dell'imprese e uno dall'associazione bancaria o dalla categoria alla quale l'intermediario finanziario appartiene. E proprio al collegio di Roma si è rivolto l'avvocato Foggia per ottenere il rimborso di 7.000 euro che una signora di Pontedera si era vista sparire dal proprio conto a seguito del furto del suo bancomat con conseguente clonazione.

Una lunga vicenda che ha visto protagonista la signora Rosa Casu che risale al 30 dicembre 2013 quando si accorge di non avere più il suo bancomat nella borsa. Immediatamente si rivolge allo sportello della sua banca (la Bnl) per effettuare un estratto conto, accorgendosi di ben 24 movimenti frutto dell'utilizzo del suo bancomat (20 prelievi e 4 pagamenti) realizzati nell'arco di tre giorni (dal 28 alla 30) alcuni dei quali con intervalli di un minuto tra uno e l'altro; si tratta di prelievi anche di 420 euro alla volta, consentiti dal plafond a disposizione della signora.

«A quel punto – spiega l'avvocato Alberto Foggia – la signora Casu si rende conto che la sua carta di pagamento che teneva nella borsa e non nel portafogli, era stata rubata. Ricostruisce anche il momento ed il giorno del furto (il 27 dicembre), ricordandosi di essere stata fermata da due persone per alcune informazioni. Dopo regolare denuncia ai carabinieri, si rivolge al proprio istituto bancario per contestare le operazioni attendendo il rimborso».

Rimborso che però non avviene. «La banca – spiega la signora Casu – respinge le mie richieste imputandomi di negligenza. Secondo loro, infatti, la denuncia non era avvenuta immediatamente dopo il furto e soprattutto il mio pin sarebbe stato custodito insieme al bancomat, cosa non vera perché io lo conosco a memoria».

Da qui il ricorso all'arbitrato che ha accolto le richieste della signora. Spiega ancora l'avvocato Foggia: «Il collegio ha constatato come proprio il fatto che tra il presunto furto e il primo prelievo sia passato un giorno non consente alcuna presunzione sul collegamento tra pin e carta dovuto ad una custodia scorretta dei codici. È evidente che in quel lasso di tempo è stato provveduto a clonare la carta recuperando il pin da parte dei ladri. Ancora, pur ammettendo una trascuratezza da parte della mia cliente non hanno connotato alcuna colpa grave. Secondo l'arbitrato emerge una inerzia della banca che non ha provveduto ad attivare adeguati presidi di sicurezza in presenza di operazioni che presentano indici di anomalie chiaramente identificabili. Operazioni effettuate a brevissima distanza l’una dall’altra sono emblematiche di un rischio frode, aggiungendo poi che la signora Casu ha dimostrato come nell'intero 2013, prima del furto, aveva compiuto solo sei operazioni con il suo bancomat. Un caso – conclude il legale – che conferma anche l'ormai sempre maggiore “raffinatezza” dei ladri in grado di riprodurre il pin di un bancomat in tempi rapidissimi. Da qui l'invito a tutti di bloccare immediatamente la carta in caso di smarrimento o furto».

Il collegio dell'arbitrato ha accolto il ricorso della signora Casu disponendo alla banca di corrispondere la somma frutto delle operazioni fraudolente oltre interessi legali.