Nel corteo, con i 18 portieri della Provincia che temono di perdere il posto

Lavoratori al corteo di Pisa

Poche tute blu, i più combattivi e numerosi sono i lavoratori minacciati dalla spending. E più che rabbia c'è paura: di perdere tutto

PISA. Non ci sono i caschi gialli al corteo di Pisa. Quelli da metalmeccanico (o da muratore, se il cantiere è a norma). Non ci sono perché le tute blu sono una minoranza rispetto alla massa critica che anima e gonfia la manifestazione che si snoda per le vie di Pisa. Formata in gran parte da lavoratori pubblici (o che lavorano per il pubblico). Sono pochi i caschetti e pochissimi i giovani, ed in generale gli under 40 anni. Assente la generazione Mc Donald’s, quella che smercia cheeseburger e happy meal. Molto presente chi fa pulizie nelle scuole, sporziona nelle mense, pulisce fossi e taglia l’erba nei giardini. Il mondo di chi dipende dagli appalti pubblici,dalle cosiddette esternalizzazioni, da strutture pubbliche spesso ipertrofiche.

Fra i primi ad arrivare ieri alle 8 al concentramento di piazza Guerrazzi sono «i 18 portieri della Provincia di Pisa». Uno striscione che colpisce. Per l’autolesionismo. Le Province si chiudono e si scopre che Pisa ha 18 persone a guardare il bidone. Una storia da raccontare. «Siamo in portineria a Pisa, Pontedera, Volterra, Lavoriamo con la Provincia da 12 anni, ma è un appalto esterno. Con il taglio dell’ente chiudiamo il 31 dicembre». Con cortesia obbiettiamo che tanto personale sembra eccessivo in tempi di vacche magrissime. «E’ vero gli enti pubblici debbono risparmiare, ma cosa possiamo fare. Dove andiamo?». Una domanda che tormenta più dell’articolo 18 e del Jobs Act, Dove andranno, non so se presenti al corteo, gli 11 uscieri che presidiano gli ingressi di due ospedali della Lunigiana? Quelli di Pontremoli e Fivizzano. Quelli di una provincia - Massa e Carrara - dello scandalo dei 500 milioni di buco dall’Asl e dove, per 200mila residenti, ci sono 5 ospedali aperti, più uno da 140 milioni milioni di euro in costruzione? In apprensione per il posto anche i dipendenti della Camera di Commercio di Livorno. «Senza i diritti camerali - ricordano - cosa ne sarà delle Camere di commercio?>. Intanto quella tassina è stata abolita. Con gioia delle imprese.

Fra chi sfila, il sentimento più che rabbia o protesta contro il governo, è di smarrimento. Pochi pensavano di trovarsi in certe condizioni. Come la dipendente della Dussman che pulisce le scuole. «Sono vedova, vivo con mia figlia di 11 anni. Per guadagnare 600 euro al mese passo da un turno all’altro. La bimba sta a casa da sola. Prima lavoravo di più, poi sono calati gli appalti e le mie ore». Lei pulisce aule su aule mentre i bidelli fanno sorveglianza (e guardano Facebook, aggiunge una collega). Ma la vera domanda è come si fa a campare con 600 euro. Milena, la chiamiamo così, non risponde. Sembra impossibile, anche se si rinuncia alla macchina.

Sfila per le strade di Pisa una classe operaia senza più ideali di palingenesi sociale. Si cerca di tenere stretto, fino a che lo sia, il posto di lavoro. Con gli operai sfilano insegnanti, bidelli, addetti alle pulizie, forestali, inservienti di aeroporti, ferrovie. E ancora dipendenti di Coop ed Esselunga. I più fortunati perchè il loro padrone, Caprotti, si espande ancora. A Lucca come a Massa, dove annuncia 30 nuovi contratti.
C’è anche la bandiera della Flai, la sigla dei lavoratori della terra. A portarla non è un bracciante, ma un impiegato al consorzio di bonifica. Un altro bersaglio della rabbia di contribuenti (e alluvionati).


Un corteo di gente che lavora nei servizi, pubblici o meno. Simboli di una terra, la costa toscana, che sta cambiando, orfana delle Partecipazioni statali. Di quelle fabbriche, dall’Eni di Livorno alla Breda di Pistoia, dalla Dalmine di Massa alla ex Lucchini che davano forza e iscritti al sindacato. E così gli slogan sono pochi, scarsamente intensi, di rara nequizia. «Se Renzi è di sinistra, Mussolini era comunista» urlano i centri sociali. Un’offesa per chi il Fascismo lo ha combattuto davvero. Ma non conta le memoria. Trenta e più anni fa in queste strade il bersaglio degli studenti era la Cgil di Lama ed il Pci del compromesso storico. «Compagno Berlinguer, ora più che mai: o stai con la Dc o sta con gli operai» era lo slogan più riuscito. Bella Ciao e l’Internazionale sono intonati da cornamuse. Lei lavora per la Dusmann e fa le pulizie. Lui portiere all’Università, assunto da ditta esterna. «Ho 24 anni, guadagno meno di mille euro, ma mi sento fortunato. Prospettive per il futuro? Boh!»

La Cgil è convinta di vederle. Ma a Pisa interessa soprattutto esserci, dimostrare ancora forza di mobilitazione, guardare intorno le tante bandiere rosse. Poi, certo la realtà è quella della Trw di Livorno. «Sì, andiamo tutti a casa. E tutti, lei compreso, ci chiede dell’indennizzo. Quanto prenderemo? Ma non pensa che lo baratterei con il mio posto?». Alessandro Meini, livornese, non ha il caschetto giallo ma la targhetta. La esibisce con orgoglio. Guarda i negozi di corso Italia e sospira.«Dovevano chiudere» .Invece è tutto aperto a Pisa, dalla Feltrinelli a Zara. Non per guadagnare (la città è bloccata, gente in giro poca) ma per indifferenza. L‘operaio rischia il posto ed è tanto. Il commerciante il locale, i guadagni e anche il suo status sociale: da classe media, bottegaia ma media a indigente. Questa è l’Italia che si fronteggia, ma che vive la stessa incertezza. Oggi essere figlio di operaio non dà più orgoglio. Come essere figlio di un commerciante non dà sicurezze economiche. E così alla fine, la Cgil chiude la giornata con una nota di speranza che sa di carrambata. «Ho ricevuto un sms _ urla il segretario Cgil _ è nata una bambina. E’ figlia di un operaio che da gennaio non riscuote». Ma l’applauso non scatta. La vita va avanti, ma quella speranza che vorrebbe esprimere Gianfranco Francese non c’è.