Infermiere, ti cambi d'abito? È tempo di lavoro. In sei risarciti dall’ospedale

Il giudice Elisabetta Tarquini ha stabilito che quello per la vestizione è tempo di lavoro e va retribuito. La sentenza pilota apre le porte a una causa collettiva contro l’Aoup

PISA. Sei infermieri dell’ospedale di Cisanello si sono visti riconoscere il diritto di essere retribuiti «del tempo necessario alla vestizione e svestizione degli indumenti di lavoro, tempo calcolato in minuti 18».

Lo scrive in una sentenza Elisabetta Tarquini, giudice del lavoro di Pisa, che quindi concede una «remunerazione quale tempo di lavoro» pari a nove minuti in ingresso e nove in uscita, per ogni giorno di servizio dal primo gennaio 2005 al 31 dicembre 2010. I sei infermieri sono stati assistiti dal giovane avvocato pisano Leonardo Rossi, che ha tentato prima la strada della conciliazione nel 2009; in seguito, visto che la controparte – Aoup, Azienda ospedaliero-universitaria pisana – ha offerto zero euro in quella sede, Rossi ha intrapreso la via del Tribunale. La sentenza è la prima in Toscana in ambito sanitario, al punto che Rossi si dice «molto soddisfatto del risultato».

La sentenza è esecutiva: ecco perché l’Aoup non ha ancora deciso se presentare appello, ma ha già saldato ai sei infermieri i 23.176,27 euro di arretrati complessivi più gli interessi di legge.

L’ospedale è stato condannato anche «alla rifusione delle spese processuali che liquida in euro 8mila» e a pagare anche le spese delle perizie, altri 4mila euro circa; al tutto va aggiunta l’Iva. Sono “solo” cinque gli anni da pagare, perché nel 2010 è stato chiesto il blocco della prescrizione, che vale all’indietro per cinque anni. E in dibattimento sono stati forniti le timbrature dei cartellini per quel periodo.

L’Aoup possiede il dettaglio anche degli anni seguenti, ma in busta paga non sta riconoscendo quel diritto; mentre ha pagato solo quanto stabilito dal giudice.

Rossi allora fa notare: «Il fatto che l’azienda non stia ottemperando spontaneamente a quanto imposto dal Tribunale, ossia riconoscere in automatico la retribuzione al cambio di divisa per lo meno ai vittoriosi ricorrenti, lascia senz’altro aperta la possibilità che i miei assistiti attivino un ulteriore procedimento volto a ottenere la soddisfazione dei propri diritti». Poiché la sentenza riconosce un diritto, oltre a quantificarlo, è chiaro che la possibilità di nuove azioni legali si estende a tutti gli altri infermieri, che potrebbero organizzarsi per promuovere una causa collettiva.

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