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«Se si demolisce senza un progetto è come fare un’azione da sciacalli»

Parla Michele Nardini uno dei tecnici specializzati che ha seguito le operazioni di spegnimento dell’altoforno nel 2014

PIOMBINO. «Mi è sembrato di fare qualcosa contro questo territorio. La sensazione mi accompagna ancora oggi». Quando hanno spento l’altoforno Michele Nardini, classe 1972, c’era. Come tecnico di automazione ha seguito le operazioni di spegnimento e prima ancora quella carica in bianco che per qualche settimana ha fatto sperare che il ciclo integrale dell’acciaio potesse avere ancora una prospettiva a Piombino. «Quella macchina avrebbe avuto ancora la possibilità di dire la sua – dice –. Nel 2014 facemmo una carica di coke con la prospettiva che dovesse ripartire. Poi siamo finiti a tagliare la bocca dell’altoforno e quando sono entrato lì dove non ero mai stato sono rimasto sorpreso. Mi sono reso conto che avrebbe potuto ancora dare tanto. In magazzino avevamo un crogiolo nuovo che poi è stato venduto, così come le soffianti».

Aveva 22 anni Nardini quando è entrato per la prima volta in fabbrica. «Ero fresco di servizio militare – dice –. Era il 1995 e sono sempre stato nella squadra manutenzione dell’altoforno, finché è stato in funzione. Metteva una paura che è difficile da raccontare. I rumori, altro che i botti di Capodanno, il calore, i fumi. Chi non lo ha visto non può capire. Rimanevo affascinato dalla liquidità dei materiali che avevo visto entrare nell’altoforno come dei sassi». Che aggiunge: «Sia chiaro che fare la ghisa non è come fabbricare dei cioccolatini. Si lavora in un ambiente duro. Non è da tutti e per tutti. Se avendo voglia di imparare c’era la possibilità di farlo e le persone, anche con modi bruschi, pronte a farti crescere. Molte di quelle professionalità oggi sono in giro per l’Italia o al lavoro all’estero. Se sono quello che sono e ho quello che ho lo devo alla fabbrica».


Il gigante spento verrà venduto come rottame. «Sono arrabbiatissimo e amareggiato. Lo sono con tutti e con me stesso. Mi chiedo, potevamo fare di più per difenderlo? Sulla nostra vertenza si sono giocate campagne elettorali, sprecate promesse, battaglie e incontri. Mi sono fatto l’occupazione di una settimana al Rivellino, la Pasqua in Comune. Sentivo e sento la necessità di mostrare un po’ le unghie e i denti anche se ho ben presente che i risultati si ottengono ai tavoli di trattativa». Nardini è un rappresentante sindacale, fa parte della Rsu di Jsw Steel Italia, eletto in quota Fim Cisl.

«Oggi si demolisce, senza sapere che si farà domani – sottolinea –. È una roba da sciacalli. Vorrei dire all’imprenditore come possa pensare che questo territorio gli dia ragione dopo aver presentato per anni solo degli intenti e quelle parole dette al cinema Metropolitan dove aveva radunato tutti gli operai parlando di valori e famiglia. Perché non torna adesso a spiegarci che cosa vuole fare? Si è scelto di demolire un simbolo senza alcuna alternativa. Capisco che il rottame verrà venduto e che le aziende devono fare i loro interessi, ma è una sfacciataggine. Se non vuole venire di persona che almeno si degni di inviarci una lettera».

Nardini non ci gira intorno: «A vederlo mangiare l’altoforno mi girano tantissimo. Puoi farlo, ma almeno costruisci qualcosa di alternativo. Fammi vedere che tieni a questo stabilimento. È incredibile che non si faccia il forno elettrico in un sito produttivo affacciato sul mare e con un porto, quando ce ne sono per esempio in marcia a Cremona o Udine. Ho visto smontare pezzi per trasferirli in India, penso ai siluri. Ora è il momento di dire basta. L’ho capito che l’altoforno non ripartirà più, ma se proprio si è deciso di smontarlo pezzo su pezzo che prima ci sia un progetto. Voglio dirlo con le parole di Gramsci: “Crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere”». E conclude: «Non sono arreso e questa partita la voglio giocare fino in fondo. Avrei la possibilità di andare via per lavorare fuori, ma rimango qui anche al di là delle questioni familiari. Non andrò mai a lavorare nel turismo, la mia vita è siderurgica. Quando indosso tuta ed elmetto sono orgoglioso».