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Botte sugli spalti, i dirigenti: «Alcuni genitori sono ossessionati. Fanno male al calcio e ai propri ragazzi»

Aldo Agroppi, Andrea Gherardini, Luca Barchi e Andrea Cinquemani

L'ex allenatore Aldo Agroppi: «Il problema più grande delle giovanili sono i babbi  e le mamme che credono di avere in casa dei campioni» 

PIOMBINO. Un rettangolo verde, ma potrebbe essere anche poco verde. Magari spelacchiato, o addirittura tutto di terra. Importerebbe poco se, al suo interno, ci fosse un drappello di giovani, vestiti con maglietta e pantaloncini, ai piedi scarpe con tacchetti e parastinchi provvidenziali. Dicevamo, un rettangolo verde, o meno verde, e ragazzi che rincorrono un pallone. Ha un che di poetico, non è vero? È pressappoco una metafora della vita. Almeno è quello che pensa chi ama il calcio. Cosa potrebbe sciupare un’immagine così bella?

Beh, ad esempio le offese dagli spalti all’indirizzo dell’arbitro o di qualche giocatore. Come minimo. Figuriamoci se, sulle gradinate, i tifosi arrivassero addirittura alle mani. E che dire se questi tifosi fossero i genitori dei baby calciatori in campo. Esattamente com’è successo allo stadio Marianelli di Calamoresca.


«Non è mica cambiato nulla, eh. Il problema più grande dei settori giovanili sono i babbi, le mamme e i nonni, che credono di avere in casa dei campioni e, come c’è qualcosa che non va, si arrabbiano col povero arbitro, messo lì per far divertire i loro figli – a parlare è Aldo Agroppi, ex giocatore e allenatore di calcio – Mancano l’intelligenza, la maturità, mentre abbonda l’ignoranza che fa danni enormi ai ragazzi, costretti a vedere certe scene da parte dei genitori per una situazione che li pone al centro di un’attenzione negativa. Io ho allenato per tre anni il settore giovanile del Perugia. Sa che facevo? Ogni mese riunivo i genitori. Li convocavo e gli facevo una bella rimbalzata. Ma bella tosta. E loro rimanevano storditi. I figlioli vanno lasciati tranquilli. Se sono bravi, arrivano in alto. Io ho un nipote che gioca. Mai detto niente. Se è bravo continua, altrimenti smette. Allenare il settore giovanile è un paradiso: si vive sereni, non si ha paura dell’esonero e l’obiettivo è far crescere i ragazzi, sotto il profilo calcistico e dal punto di vista comportamentale. Ed è compito di un allenatore stargli vicino. Più a quelli meno bravi che ai bravi e bravissimi. Però, nella mia tesi data a Coverciano, scrissi che sarei tornato volentieri ad allenatore un settore giovanile a patto di avere una squadra di orfanelli. Era una provocazione, sia chiaro, ma dà il senso. I genitori non sanno stare al loro posto e insegnano il peggio ai figli».

«È vero, i genitori sono sempre più presenti nell’attività sportiva dei propri figli – afferma Luca Barchi, direttore sportivo del settore giovanile dell’Atletico Piombino – Ci sono poi alcuni personaggi, chiamiamoli così, che sono addirittura ossessionati dal rendimento dei figli al punto da accedere in episodi come quello accaduto a Calamoresca. Molti genitori, sia madri che padri, pensano sempre di avere piccoli campioni da esibire. Vietare l’ingresso a certi personaggi non si può, e l’unico modo è cercare di arginare queste situazioni. Che le scintille scoppiano all’improvviso e i comportamenti scorretti sugli spalti arrivano in campo. I bimbi sentono le voci dalla tribuna, assimilano e vanno in confusione. A noi società il compito di sensibilizzare i genitori dei nostri tesserati».

«Rispetto a quando ero ragazzino io, la situazione è cambiata – commenta Andrea Cinquemani, direttore tecnico e responsabile degli allenatori del Salivoli, oltre che mister dei Giovanissimi A, proprio la squadra che stava giocando al Marianelli sabato scorso – Sembra un luogo comune, ma prima le cose andavano meglio, c’era più rispetto e un’educazione diversa. Il genitore fastidioso era un’eccezione. È vero che ai miei tempi non si pagava alcuna quota. Adesso il genitore paga e pensa che il figlio debba giocare trenta partite su trenta. Non è così. Come società grandissimi problemi non ne abbiamo mai avuti. Credo anche per un modo onesto di lavorare, di rapportarci con i ragazzi. Detto questo, le cose dette dagli spalti i giocatori le sentono, ma io ritengo che uno dei problemi principali sia la maleducazione degli allenatori. I mister si dividono in due: quelli che allenano per i ragazzi e quelli che allenano per se stessi, per il proprio curriculum personale. E purtroppo se diventi un esempio negativo, fai male al calcio».

Ma i genitori cosa dicono? «Dobbiamo essere intelligenti e non cadere in provocazioni. Non conto più i commenti detti dagli spalti su mia figlia che gioca a calcio – la testimonianza di una mamma- Purtroppo non è nemmeno cattiveria, ma la società che è brutta. Noi genitori dovremmo solo far vivere ai nostri figli il gioco, nient’altro».

È della stessa idea Andrea Gherardini, ex giocatore, adesso babbo di Caterina, baby calciatrice nei Pulcini del Salivoli: «Purtroppo episodi sgradevoli ci sono in continuazione. Prima agli allenamenti non si vedeva un genitore, ora sembra di essere a una partita. Credo sia l’esasperazione di veder arrivare il figlio. Vedo mamme e babbi che mettono bocca sulle scelte dei mister. E poi c’è la fissa del risultato. Sono cose che non fanno bene ai ragazzi. Io a Caterina chiedo se si è divertita. Mi basta questo. E, quando vado a vederla allo stadio, cerco di mettermi in disparte. Ho paura di condizionarla, mentre lei deve solo pensare a fare quello che ama».



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