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Il cacciatore di relitti svela una pagina di storia al largo della costa piombinese

Il relitto inabissato ed il sub Andrea Bada

Il sub Andrea Bada ha ritrovato il relitto di un mezzo da sbarco impiegato nella Seconda guerra mondiale. Ecco il suo racconto

PIOMBINO. Si aggiunge al lungo elenco di relitti della Seconda guerra mondiale. A una profondità di – 140 metri, a circa 25 miglia dalla costa di Piombino, adagiato sul fondale giace l’imbarcazione inglese LCF15, mezzo da sbarco impiegato nell’operazione Brassard. Operazione complessa quanto inutile, un bagno di sangue giustificato solo da motivazioni di orgoglio e prestigio nazionale. All’alba del 17 giugno 1944, le forze francesi prendevano d’assalto l’Isola d’Elba, la “sentinella avanzata nel Mediterraneo” di mussoliniana memoria. Custodita dal mare riaffiora una nuova pagina di storia. La scoperta si deve ad Andrea Bada, che vive per svelare le storie nascoste negli abissi. Alla sua ostinazione e alla squadra che lo accompagna in queste spedizioni, spesso ai limiti dell’immersione umana, senza scafandro o attrezzature. Ma anche alle indicazioni del pescatore piombinese Francesco Pampana, che ha segnalato la presenza del relitto.

«L’esplorazione è stata possibile grazie ai dati e alle ricerche fatte insieme a Francesco Pampana, con cui abbiamo esaminato scansioni sonar dopo oltre 250 miglia di navigazione – afferma Bada –. Il relitto si trova a oltre 25 miglia dalle coste di Piombino».


Il cacciatore di relitti e video operatore Bada ha realizzato le immagini insieme agli esploratori Luca Parodi e Gabriele Paparo. Quest’ultimo ha effettuato il riconoscimento del relitto. «Un’impresa difficile e pericolosa, per la distanza dalla costa di Piombino, la profondità a -140 metri e la posizione esposta a venti e correnti, che sono quasi sempre presenti in quel tratto di mare».

Il riconoscimento del relitto è stato possibile grazie a una dettagliata ricerca storica, comparando il piano di costruzione e fotografie degli armamenti di cui erano dotate tali imbarcazioni. «Queste prime informazioni hanno confermato la mia iniziale idea che si potesse trattare di un mezzo inglese – spiega il cacciatore di relitti –. Mi hanno orientato a focalizzarmi sul fatto che fossero affondati dei mezzi da sbarco che sono caratterizzati da una forma particolare non solo delle sovrastrutture, poco sviluppate, ma della parte prodiera, totalmente diversa da una normale nave. Inoltre, sono caratterizzati da uno specifico armamento non di grosso calibro». Che aggiunge: «Sullo scafo sono presenti, e chiaramente visibili, diverse postazioni di artiglieria antiaerea. Dalla diversità delle canne è stato possibile riconoscere almeno due calibri diversi, entrambi riconducibili ad armamento di tipo antiaereo, imbarcato su naviglio militare minore, in particolare mitragliatrici da 20 mm e cannoni da 40 mm. Entrambe le artiglierie erano tipicamente impiegate in funzione antiaerea ed erano il tipico armamento imbarcato sulle navi militari di scorta e protezione aerea ai convogli di mezzi da sbarco truppe».

L’esplorazione è stata effettuata dal Techdive Explorer Team. Ci sono voluti oltre a Francesco Pampana altri tre suoi uomini sulle imbarcazioni d’appoggio, Tristano Ciampi, Stefano Montagnani e Lorenzo Filippini, per l’assistenza ai sommozzatori e la sicurezza alla navigazione. In quel tratto di mare spesso passano navi da crociera che fanno rotta verso il Sud Italia.

«L’affondamento dell’imbarcazione è da ricondurre alle vicende belliche del secondo conflitto mondiale, in particolare alle azioni degli alleati per la liberazione dell’Isola d’Elba nel giugno del 1944, ovvero l’operazione Brassard – dice Bada –. Una vicenda raramente ricordata, sia per la sua discussa utilità tattico-strategica nel contesto di una guerra mondiale che per i gravi atti di violenza e soprusi sulla popolazione civile da parte delle truppe francesi Nordafricane».

All’alba del 17 giugno 1944, le forze francesi prendevano d’assalto il golfo di Campo e con esso l’Isola d’Elba. Scattava l’operazione Brassard, ovvero bracciale. Messa a punto nei mesi precedenti, durante il lungo periodo di stasi sul fronte di Cassino e dopo il sostanziale fallimento dello sbarco di Anzio. Dopo lo sfondamento e il successo dell’offensiva di primavera, che portò il 6 giugno 1944 alla liberazione di Roma e alla progressiva ritirata tedesca verso la linea dell’Arno, gli stati maggiori alleati si erano ormai convinti dell’inutilità di un attacco diretto contro la piccola isola. Ma le forti pressioni politiche francesi, alla fine, riuscirono a convincere gli alleati del contrario.

«L’operazione vide la vittoria degli alleati che impegnarono truppe francesi, supportate da commandos inglesi e mezzi da sbarco britannici, partiti dalla Corsica – prosegue il cacciatore di relitti –. La navigazione e l’attacco non furono esenti da perdite di uomini e mezzi: alcune unità appartenenti alla flotta da sbarco furono danneggiate o affondate dal fuoco nemico che contrastava l’invasione e dai campi minati difensivi».

L’isola e la sua popolazione furono per alcuni giorni alla completa mercé delle truppe coloniali francesi, le quali si abbandonarono a saccheggi e stupri nella quasi completa indifferenza dei loro ufficiali. In alcuni casi i crimini verso la popolazione raggiunsero un livello tale che i responsabili dovettero essere passati per le armi dai loro stessi commilitoni, per esempio a Carpani. Una pagina nera per le forze armate francesi. I reparti che avevano partecipato a Brassard furono rapidamente sostituiti con unità algerine e tunisine, più disciplinate e inquadrate, prima del definitivo ritiro francese dall’isola, avvenuto alcuni mesi dopo.

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