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La lenta agonia del Casone di Baratti, da hotel di lusso a luogo dell’oblio

Gli edifici nascosti nella pineta sembrano prigionieri del tempo: all’interno rifiuti e materiali abbandonati decine di anni fa

PIOMBINO. Dalla spiaggia da cartolina a un luogo completamente abbandonato. Basta poco per trovarsi di fronte al cambio di scenario repentino, come un cazzotto in un occhio. Solo pochi passi, nel cuore della pineta di Baratti. Siamo al Casone, quello che secondo le previsioni urbanistiche si sarebbe dovuto trasformare in una struttura turistico ricettiva di alto livello, a due passi dal mare. Era il 2013, il Comune approvava il piano particolareggiato di Baratti e Populonia.

Quello del Casone era l’intervento più discusso, vista la posizione proprio tra la pineta e la chiesina di San Cerbone e vista l’importanza storica e culturale di quei manufatti. Le proteste non mancarono, così come i sospetti nei confronti di progetti più o meno impattanti che avrebbero alterato i delicati equilibri di quel tratto di costa. Ma a distanza di otto anni quanto previsto nel piano particolareggiato è rimasto comunque sulla carta, del Casone si è parlato solo quando si è saputo della decisione da parte della società proprietaria fiorentina di mettere in vendita l’immobile per poco meno di 5 milioni di euro. Poi silenzio e qualche spiffero isolato, relativo a potenziali investitori che, dopo aver preso contatto con gli uffici comunali, arrivati al dunque, si sono fatti da parte.


Così il Casone, suo malgrado, è diventato un simbolo della paralisi: un’occasione mancata per chi chiede un cambio di passo turistico e al tempo stesso una minaccia incombente per gli ambientalisti che temono ancora il rischio di speculazione edilizia. Così, come in un film di fantascienza, il Casone sembra imprigionato in una dimensione spazio temporale a sé. Dove tutto è rimasto fermo a decine di anni fa e dove l’unica azione concreta è quella messa a segno, anno dopo anno, dal degrado.

Nascosto nella parte terminale della pineta di Baratti, sul lato che guarda verso Populonia, i vecchi manufatti una volta utilizzati a scopo agricolo e come segheria, sono completamente abbandonati. Il vecchio orto è ridotto a un ammasso di erbacce e arbusti, il verde intorno è disseminato di fazzolettini gettati terra, segno di come quell’area venga usata come wc a cielo aperto dai fruitori della spiaggia. Wc, dicevamo. Proprio come una cartolina turistica al contrario, c’è un vecchio water all’aria aperta, appoggiato a una parete scoperta dell’edificio, proprio nel punto più vicino alla pineta. Una testimonianza diretta di quello che c’era e di quello che adesso non c’è più. Del resto un po’ tutti i manufatti oggetto del potenziale recupero previsto nel piano particolareggiato sono un ricordo di un passato abbandonato.

Gli edifici sono pericolanti, le scale ricoperte dell’erbino, alcune porte e finestre sono murate con dei mattoni, in modo da impedire l’accesso nei locali interni. Ma al tempo stesso ci sono vetri rotti e porte completamente aperte. Dentro si trova un po’ di tutto, agende datate 2000, giornali del 1993, vecchi quaderni di alunni delle scuole elementari. Scarpe, stivali, resti dei lavori di falegnameria compiuti nella ex segheria, barattoli. Tavole da surf e attrezzi da mare abbandonati, ingialliti dal tempo e dall’umidità. Ci sono bottiglie, rifiuti e legname accatastato. Sembra di essere in qualche deposito abbandonato a pochi passi da una stazione ferroviaria, invece siamo a Baratti, a poco più da una decina di metri in linea d’aria dalla spiaggia che solo pochi mesi fa era gremita di bagnanti.

Un luogo sospeso, nascosto solo dagli alberi e da qualche cespuglio. Proprio nei giorni in cui il Comune ha annunciato l’approvazione del Puc e il via libera a una piccola struttura ricettiva nel golfo, il Casone resta lì, immobile. Potenziale tesoro da difendere e al tempo stesso vittima quotidiana dell’abbandono.

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