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Frode fiscale da mezzo milione di euro, nei guai imprenditore elbano

La cassetta di sicurezza con 130mila euro in contanti

Sette indagati, tre società coinvolte: i profitti illeciti nascosti all’interno di cassette di sicurezza

PIOMBINO. Fatture emesse per lavori mai eseguiti, patrimoni “schermati” per scongiurarne il sequestro dopo le difficoltà della società, assunzioni simulate di familiari solo per emettere stipendi e buste paga. Sono solo alcuni degli stratagemmi svelati dall’inchiesta “Easy Cash” della guardia di finanza di Piombino che nelle scorse ore ha portato al sequestro di circa mezzo milione di euro all’imprenditore elbano Antonio Barsalini, ritenuto responsabile di una articolata frode fiscale. Un’inchiesta che, di fatto, getta delle ombre sulla gestione passata della struttura (la Rsa è già stata venduta all’asta ed ha dei nuovi proprietari, mentre è in vendita l’albergo da 72 camere) e non solo. I fatti sono relativi al periodo che va dal 2014 al 2018 e non riguardano la gestione attuale della struttura.

EASY CASH


Barsalini è l’indagato principale – con lui sono state iscritte nel registro altre sei persone, tra cui un consulente fiscale – dell’inchiesta Easy Cash che ha coinvolto tre società operanti nell’area retroportuale di Piombino. Si tratta della “sanitaria assistita Phalesia srl”, proprietaria della struttura sul porto (di cui Barsalini è legale rappresentante dal 2008), della Gta Services Srl (la società a cui è stata affidata la gestione della struttura) e della Alvin Srl, società dedicata alla gestione di parcheggio e autorimesse di cui l’elbano è socio e gestore di fatto. Ed è proprio da un controllo fiscale sull’attività della Alvin che i finanzieri hanno iniziato a ricostruire, passo dopo passo, quello che secondo la Procura di Livorno è un meccanismo strutturato e finalizzato all’evasione fiscale. L’operazione condotta dalla Compagnia della Guardia di Finanza di Piombino e diretta dalla Procura della Repubblica di Livorno, si è conclusa con il sequestro di conti correnti, denaro contante, quote societarie, gioielli e preziosi in oro, immobili e automezzi, beni e valori fino a concorrenza del profitto, mezzo milione di euro, illecitamente conseguito.

PATRIMONIO SCHERMATO

Al centro delle indagini, secondo la Finanza, l’imprenditore elbano, da anni operante al porto di Piombino e le tre società, che per gli inquirenti sarebbero state gestite in maniera occulta grazie al presunto utilizzo di “prestanome” e “fiduciarie”. Dalla verifica alla Alvin Srl, le Fiamme Gialle hanno capito che l’amministratore non sarebbe stato in possesso di alcuna competenza per svolgere tale mansione e non avrebbe potuto che essere il “prestanome” di un soggetto occulto. A quel punto l’attenzione è stata estesa alle altre due società, collegate alla prima. Anche in questo caso si è capito come gli amministratori fossero semplici “teste di legno”. Incrociando i dati acquisiti e interpellando i dipendenti, i finanzieri piombinesi sono risaliti a Barsalini. A quel punto la Procura di Livorno ha delegato ulteriori indagini per ricostruire la rete illecita. È così che è stato svelato l'intero meccanismo fraudolento.

IL MECCANISMO

Secondo i finanzieri l’indagato, per manovrare le tre società, si sarebbe avvalso di altrettanti “prestanome” e di due società “fiduciarie”. In questo modo avrebbe “schermato” i suoi patrimoni per evitarne il sequestro mentre il suo consulente, anch’esso indagato, avrebbe tenuto una contabilità irregolare. L’obiettivo era uno solo: “drenare” profitti dalle tre società senza voler insospettire il fisco. In particolare, la guardia di finanza ha riscontrato un sistema di false fatturazioni, spesso emesse “infra-gruppo” e compilate di proprio pugno dallo stesso imprenditore elbano indagato: per lo più per lavori mai eseguiti. Un altro stratagemma era per i finanzieri quello di simulare l’assunzione di familiari, che avrebbero ricevuto stipendi e buste paga regolari pur non avendo mai prestato la propria opera lavorativa.

IL SEQUESTRO

Di fatto, secondo gli inquirenti, le tre aziende sarebbero state usate dall’imprenditore per accumulare liquidità per un valore di oltre un milione di euro (la richiesta della Procura rivolto al giudice per le indagini preliminari era di un sequestro preventivo pari a oltre 1,5 milioni di euro). Complessivamente, le imposte che per la Procura sono state evase per effetto della frode e i contributi dei dipendenti non versati ammonterebbero a 500mila euro. Importo, fanno sapere dalla Finanza, completamente cautelato a favore dell’erario con i sequestri eseguiti dai finanzieri della compagnia di Piombino, su ordine della Procura e decreto del Gip di Livorno Mario Profeta.

I CONTANTI E GLI ORI

È così che le Fiamme Gialle hanno scoperto e sequestrato tra Piombino, Portoferraio, Marciana Marina e Campo alcune cassette di sicurezza contenenti gioielli in oro e denaro contante per oltre 130mila euro (provenienti alle attività di Alvin e trovati nella cassetta dell’hotel Phalesia) nonché quote societarie, conti, un’auto e una villetta all’Elba riconducibili alle tre imprese coinvolte e a Barsalini.

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