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La lunga marcia nella campagna buia, ma all’arrivo in città la battaglia è già finita

Il giuramento delle reclute nella piazza del borgo di Campiglia e alcuni soldati del Reggimento di Fanteria “Venezia” a Monte CalvI

Il 10 settembre vissuto dai giovani i soldati del Reggimento “Venezia”. Il radiomessaggio di Badoglio, la confusione e gli spari uditi da Piombino 

La memoria è quanto di più fragile si possa immaginare. È come un filo che, se interrotto, è difficile riannodare e, anche se si avesse la fortuna di riuscirci, sarebbe sempre inevitabile perdere qualcosa di importante.

La memoria del 10 settembre, della “battaglia di Piombino”, è stata per molti anni la memoria di una comunità intera. La Medaglia d’Oro concessa al gonfalone della città era genuino orgoglio di popolo. Qualcosa però negli ultimi anni è cambiato. Scelte sbagliate della politica, vecchie e nuove, il naturale scorrere del tempo, l’avvicendarsi delle generazioni hanno in parte raffreddato questo entusiasmo sincero e, se vogliamo, ingenuo. La pandemia, che ha corrisposto quasi esattamente al cambio nel governo della città, ha rischiato definitivamente di spezzare questo filo così fragile. Mettendo da parte per un attimo la retorica, cosa furono quei giorni lontani di settembre? Furono storie di donne e uomini molto diversi fra loro. Furono la storia di una disfatta senza precedenti e come tali, brillarono di slanci eccezionali quanto di viltà inconfessabili. La somma di tutti questi episodi, di luci e di ombre, hanno portato al conferimento della più alta ricompensa militare italiana, sia pur cinquantasette anni dopo i fatti. È dovere di ciascuno di noi, in primis chi ha responsabilità più alte nei confronti della nostra comunità, farsi custode di questa memoria.


BATTAGLIONE DIMENTICATO

La memoria del 10 settembre è anche memoria di giovanissimi soldati e marinai che, pian piano, sono scomparsi dalla successiva narrazione dei fatti. È il caso delle giovani reclute del 2° battaglione di Istruzione dell’84° Reggimento di Fanteria “Venezia” .

Il reparto, costituito a Firenze con giovanissimi coscritti, quasi tutti del ’23, fu ben presto trasferito in Maremma, accantonato tra Venturina e l’antico borgo medievale di Campiglia Marittima. Il reparto, agli ordini del maggiore Artini, reduce della guerra 1915-1918, dopo essersi sistemato, iniziò l’addestramento. Tanto era precaria la situazione militare, in quel drammatico scorcio del 1943 che, su ordine dello Stato Maggiore, il battaglione fu inquadrato come riserva di settore in caso di sbarco nemico sul litorale piombinese. Una bella responsabilità, per un reparto in cui la maggioranza dei soldati aveva svolto solo l’addestramento formale e non aveva mai tirato un colpo.

Ad ogni modo, le attività proseguirono secondo i programmi: i rapporti con la popolazione del luogo erano buoni e i soldatini prestarono il loro giuramento nella suggestiva cornice del borgo di Campiglia. Memorabili furono le lunghe marce nelle campagne e sulle colline, con le scalate al Monte Calvi più simili a scampagnate che a un addestramento militare.

Il problema più annoso per i soldati era cosa mettere nello stomaco. Scriveva a questo proposito alla famiglia il 25 agosto 1943 Iio Biagi, addetto al comando di battaglione:

«... per logica sappiamo che un uomo vive di pane, ma qui in vece (sic) deve vivere di maree. Ci danno un gavettino di caffè la mattina alle 5 e 1/2 e con quello dobbiamo marciare fino alle 11. Poi alle 11 e 1/2 una gavetta di minestrone tutto verdura o brodo senza pasta, alla sera alle 5 e 1/2 uguale pranzo senza companatico con due pagnottine di pane. Devi comprendere che vita sia». Dopo il 25 luglio, con il naufragio del regime fascista, pattuglie di soldati del reparto affiancarono i reali carabinieri nel mantenimento dell’ordine pubblico, ma non si registrarono incidenti degni di nota.

10 SETTEMBRE 1943

Nel pomeriggio del 10 settembre 1943 il 2° battaglione di istruzione dell’84° Reggimento di Fanteria “Venezia” fu messo in stato di allarme. Alle giovanissime reclute furono distribuiti i vecchi fucili modello 1891 con cinque caricatori ciascuno, per un totale di 30 colpi a testa, e qualche bomba a mano “balilla”. Con una preparazione sommaria fu organizzata una squadra di mortai leggeri da 45, di cui erano disponibili una manciata di esemplari in un magazzino di Venturina.

Il maggiore Artini e i comandanti di compagnia non si allontanavano un secondo dal telefono, in attesa di ordini. Dopo il radiomessaggio alla nazione del Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, i battaglioni territoriali ne avevano ricevuti: raggrupparsi presso i rispettivi comandi di settore, il 56° a Osteria Fiorentina ed il 332° ai Poggi di Follonica. Al comando del battaglione di Campiglia il telefono taceva ostinato: nessun ordine. Scese la sera, un vento caldo e violento proveniente dal mare spazzava la campagna. Di bocca in bocca passavano le notizie più assurde e contrastanti: si torna al Reggimento, a Livorno stanno per sbarcare gli americani, arrivano i tedeschi, si va tutti a casa in congedo ecc. La tensione e il nervosismo, col buio, aumentavano l’inquietudine dei giovanissimi militari. I soldati cenarono, mangiando la galletta con fucile e zaino al piede. Improvvisamente, dal mare, dal porto di Piombino, si videro bagliori nel buio e un rombo cupo di esplosioni. Il telefono finalmente squillò, e squillò anche la tromba.

Finalmente qualcuno, il generale di brigata Fortunato Perni, si era ricordato del battaglione. Trasferimento immediato per via ordinaria (ovvero a piedi) a Piombino, marcia per compagnie con misure di sicurezza, colpo in canna. Appena un paio di carrette per mortai e munizioni.

IN MARCIA

Confusione, ordini urlati, bestemmie. L’urlo “Venezia!” man mano che le quattro compagnie si mettevano in cammino. Poi, una volta in marcia col cuore in gola nella campagna buia, solo silenzio e rumore di scarponi. Centinaia di scarponi. Nel cielo del porto i bagliori continuavano e il vento riportava l’eco di un forte tiro di artiglieria. Non si capiva se ci fosse un bombardamento aereo o navale. Non si capiva nulla in realtà, si doveva solo marciare sullo stradone che portava a Piombino in quella strana notte di fine estate.

La prima compagnia entrò in città nelle primissime ore del mattino, seguita, a scaglioni, dalle altre, dalla via provinciale. Il combattimento però era terminato, sul cielo del porto appena qualche bagliore di incendio e un’altissima colonna di fumo nero. Neppure il tempo di realizzare e giunse l’ordine di fare dietro front.

TUTTI A CASA

Per il 2° Battaglione di Istruzione dell’84° Reggimento di Fanteria “Venezia” la celebre battaglia di Piombino era finita ancor prima di iniziare. Le reclute, disfatte e demoralizzate dalla lunghissima e inutile marcia notturna, giunsero a Venturina a giorno fatto. L’indomani, 12 settembre 1943, il reparto fu sciolto e tutti quei ragazzi furono lasciati ciascuno al proprio destino. Alcuni rimasero in zona, dandosi alla macchia o venendo nascosti da famiglie del posto. Uno fra tutti il tenente sardo Alfredo Gallistru, 21 anni, divenuto in seguito valoroso comandante partigiano, ucciso nel giugno del 1944 e decorato alla memoria di Medaglia d’argento al Valor Militare. Alcuni furono subito catturati dai tedeschi e deportati mentre i più, da soli o a alla spicciolata, iniziarono il lungo e pericoloso cammino verso casa.

Armi e munizioni, e tutti i materiali del battaglione, debitamente inventariati, furono consegnati al Comune di Campiglia Marittima e, in seguito, confiscati dalla Wehrmacht. Sic transit gloria mundi.