«A Porto Azzurro errore enorme Non rischia solo la spiaggia rossa»

Il professor Pranzini: «C’è da chiedersi chi abbia dato l’ok  Il problema vero è l’assenza di interventi strutturali»

Stefano Bramanti

Porto Azzurro. Con la polemica sulla spiaggia Rossa di Porto Azzurro, diventata bianca con il ripascimento, si è riacceso il dibattito sulla tutela delle spiagge elbane. Sulle polemiche sollevate in particolare da Legambiente arcipelago, interviene anche Enzo Pranzini, geologo e docente dell’università di Firenze che di recente ha pubblicato un libro sul tema, edito da Pacini, dal titolo “Granelli di sabbia. Una guida per camminare sul bordo del mare”. «Spesso – dice l’esperto – si fanno interventi di “cosmesi” sulle spiagge dell’Elba, ma servono interventi strutturali per garantire la difesa delle spiagge più a lungo. Per quanto riguarda la spiaggia che da rossa è diventata bianca non capisco come sia stato possibile. Viene da chiudersi chi lo abbia approvato un progetto del genere. Pare non si sia tenuto minimamente conto delle linee guida nazionali per la difesa dall’erosione del ministero dell’Ambiente. Bisogna capire come sono andate le cose perché l’errore non si ripeta più in futuro».


«Occorre innanzitutto rispettare la storia di ogni tratto di mare, che nei secoli ha formato quella insenatura con certe caratteristiche fisico-chimiche – prosegue Pranzini –. Vanno trovati i materiali per rispondere all’erosione che per fortuna, sebbene costante, nell’isola è contenuta in poche decine di decimetri l’anno. Se si devono dragare i fondali marini va fatto ad almeno 10 metri di profondità, ovviamente lontano dalla prateria di posidonia, e bisogna trovare materiali il più possibile simili a quelli del lido da ripascere. In alternativa si potrebbe favorire il prelevamento di materiali dalla non lontana Sardegna, dove affiorano rocce simili. Certo sono interventi costosi, ma l’economia dell’Elba si basa sul turismo e quindi le spiagge sono un capitale da difendere rigorosamente: ogni metro di costa è oro e l’isola deve riuscire a vantarsi di essere del tutto ecologica».

Il geologo ricorda che l’erosione elbana è facilitata dall’abbandono delle campagne. In un passato non troppo remoto l’Elba era ricoperta di vigne che attraverso i torrenti e le piogge facevano giungere sui lidi la sabbia necessaria: l’abbandono dell’agricoltura non ha giovato in questo senso. Per questo ribadisce come il grande problema sia quello di trovare grandi risorse finanziarie per attuare interventi risolutivi, strutturali e non limitati, «Occorre – prosegue – identificare le giuste fonti di approvvigionamento della sabbia idonea e i metodi per portare e scaricare i sedimenti senza creare danni ambientali. Ci vogliono materiali puliti, senza granuli fini che rimangono in sospensione per molto tempo e possono depositarsi sulla prateria di posidonia. Inoltre, dovrebbero avere un colore il più possibile uguale a quello delle spiagge naturali, per non modificare il paesaggio e l’ecologia della spiaggia. C’è da tener conto che su diverse spiagge dell’Isola vi è la deposizione delle uova delle tartarughe, per cui prima di dragare e di trattare la spiaggia si deve tener conto di tale aspetto, anche nella tempistica dei lavori. Le risorse per il ripascimento potrebbero viaggiare via mare, per minimizzare l’emissione di CO2 rispetto agli altri tipi di trasporto, come quello stradale, e non creare impatto sulla viabilità, già precaria, all’Elba e il reperirli su delle isole o vicino alla costa darà comunque l’opportunità di un trasporto marittimo. Non sarebbe conveniente, dal punto di vista economico e ambientale, ricorrere alle fonti tradizionali di materiale per ripascimento utilizzate in Toscana e Liguria, come le cave della Pianura Padana». –

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