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La storia di Fineschi, l’uomo che studia le rane, i rospi e i tritoni d’acqua dolce

Fabio Ilio Fineschi con l’immancabile macchina fotografica in mano

Sessantuno anni, piombinese: la grande passione per la fotografia e un lavoro durato anni nel settore delle slot machine: «Sono sempre stato attratto da questi tipi di animali e di ambienti, che siano stagni, pozze, invasi o bacini»

Un proverbio olandese dice: «La rana, anche se sedesse sopra un trono d’oro, salterebbe di nuovo nello stagno».Perché quella è la sua natura, il suo ambiente, la sua vita. D’altra parte, l’aforisma si adatta perfettamente anche a Fabio Ilio Fineschi, piombinese di 61 anni che, dopo un giro di esistenza, affaccendato in tutt’altre faccende, è tornato da dov’era partito. Da una tinozza d’acqua e un manipolo di anfibi. «Ho studiato al liceo classico e ho fatto due anni e mezzo di giurisprudenza all’Università - racconta Fineschi - Poi ho avuto diverse opzioni professionali. Prima ho iniziato lavorando per un’impresa alla centrale Enel di Tor del Sale, poi mi fu offerto un posto come capo magazzino in un cash and carry. E lì sono rimasto 12 anni, prima di riuscire a inserirmi nel settore delle slot machine, e con quello sono arrivato ad avere la possibilità economica di abbandonare il lavoro quattro anni fa. Una scelta coraggiosa, senza dubbio, e da allora mi dedico completamente alla ricerca». Di cosa? Beh, della fauna della acque dolci interne. Anfibi e rettili che usano le acque dolci interne come habitat. Rane, rospi, salamandre, tritoni, testuggini palustri e via dicendo.

Da dove arriva questa passione?

«L’ho avuta fin da piccino. Avevamo una casa in campagna, nel bosco, sopra Sassetta. Vicino c’era un abbeveratoio con la fonte. Uno dei posti dove una volta si concentravano anfibi, rane, e simili. Sono sempre stato attratto da questi tipi di animali e di ambienti. Col tempo, dopo l’Università, mi sono interessato in generale alla natura, e ho studiato scienze naturali da autodidatta, ma con la metodica universitaria. Prima scienze naturali nel loro complesso, poi botanica, quindi animali, uccelli, soprattutto insetti, fino a tornare al vecchio amore per gli anfibi».

E poi?

«A quel punto ho incrociato Paolo Maria Politi, responsabile di zona del Wwf, ed è nata una grande amicizia. Lui individuò in me la persona che avrebbe potuto colmare una lacuna, e mi offrì di diventare responsabile delle acque interne per il Wwf Val di Cornia. E così ho fatto. Ho proseguito gli studi e, parallelamente, l’attività conservativa e la tutela dell’ambiente, dove subentrano le criticità. Parlo di raccogliere rospi sulla strade, andare nelle piscine dei resort e dei campeggi per prendere gli animali prima che le sostanze delle piscine li uccidessero. Insomma, potrei raccontare tantissime esperienze e altrettanti episodi in 15 anni di lavoro. Una volta, quando nacque il campeggio Orizzonte, mi capitò di arrivare alla piscina e di sentire il trillo caratteristico, senza però capire da dove provenisse. Ebbene, mi affacciai alla piscina: trovai 174 animali e milioni di larve. Poi arrivò l’Enel Green Power».

Cioè?

«Circa 12 anni fa mi capitò un’esperienza simile ma all’interno di un’area mineraria di Enel Green Power, azienda che sfrutta l’energia geotermica. Nell’ambito del pozzo minerario di escavazione, in questa vasche che usano durante la perforazione, vengono riempite dall’acqua piovana. Ecco, tutti gli anfibi della zona vanno lì a riprodursi, e poi ci muoiono. A volte ci ho trovato anche animali più grandi, come volpi, istrici e tassi. Comunque, da lì, dopo aver contattato Enel Green Power, è partito il progetto che sto seguendo con Wwf con il dottor Scoccianti. Stiamo cercando di fare in modo che non si creino più situazioni di questo tipo».

È una bella cosa un’azienda che collabora per la tutela della fauna locale, no?

«Collabora è una parola grossa. Diciamo che vi sono costretti. Comunque questo progetto è per ora alla fase embrionale. Per adesso abbiamo già piazzato alcune installazioni in qualche pozzo per vedere se funzionano. Il problema in questa prima fase è l’individuazione dei pozzi. Io sono riuscito a percepirne la criticità in una ventina di casi. Ma stiamo parlando di centinaia di pozzi e di decine di migliaia di animali. Nemmeno noi sappiamo quanto sia grande questa problematica. È come se avessimo scoperto la punta dell’iceberg. Vediamo ora cosa verrà fuori. Ripeto, per l’azienda questi investimenti non sono un problema, mentre lo sarebbe la ricaduta d’immagine, anche perché molte di questa specie sono protette».

Si ritrova a svolgere il ruolo della zanzara che punge i potenti?

«Mah, mi starei anche stancando. Il mio lavoro è di semplice segnalatore, per questo ho chiesto assistenza al Wwf che, in prima istanza, si rifiutò di aiutarmi, e io, dopo tanti anni di collaborazione, non la presi affatto bene. Alla fine poi è andata, grazie al contatto di Scoccianti. Ripeto, la mia principale attività è il monitoraggio. Prendo una cartina di 1: 10. 000, le immagini satellitari da Google Earth, le sovrappongo e vedo le zone umide, che siano stagni, pozze, invasi o bacini. Da qui vado e controllo che tipo di anfibi ci siano. Prima faccio un lavoro cartografico, poi un sopralluogo vero e proprio, calcolando quanto tempo occorre per arrivarci. Per un monitoraggio che va da fine gennaio a fine maggio. A quel punto, redigo un report, e faccio un’altra cartina dove indico in quel luogo, che animali ci sono con tutte le indicazioni utili. Riverso quindi i miei dati nel database della Societas Herpetologica Italica che, a sua volta, crea un atlante degli anfibi. Il mio è però un progetto assolutamente personale e originale che si chiama "Aquascout", indipendente dalla S. H. I. C’è tanta passione e tanta fatica dietro a tutto questo».

Lei ha anche un’altra passione, quella delle foto?

«Sì, sono nato, in realtà, come pittore, poi ho scoperto la fotografia. Ho la fortuna di viaggiare molto e quando sono in giro la prima cosa che amo fare è fotografare. La fotografia naturalistica l’ho sviluppata soprattutto con le libellule. All’inizio indagavo pesci, libellule e anfibi. Poi ho ristretto il campo d’azione. Comunque, la libellula è difficile da fotografare, ma è un animale incredibile, bellissimo. Infine, dopo trent’anni in questo mondo, da circa sei anni ho scoperto anche la foto concettuale».

Fa fotomontaggi?

«No, assolutamente! Sono una mosca bianca e mi arrabbio quando mi parlano di fotomontaggi o Photoshop. Tutte le mie foto hanno come sfondo il mare, e le realizzo su una balaustra di piazza Bovio. Il concettualista di solito lavora in laboratorio. Io no. E tutti i miei scatti sono senza l’uso di editing avanzato».

Viaggia molto, ma abita ancora a Piombino.

«Mi piace la dimensione della città. Non amo tanto i piombinesi, invece. In realtà io sono nato qui, ma i miei sono originari di Milano. Di Piombino mi piace il fatto che in cinque minuti si va al mare, in 20 nella natura più incontaminata. Per me è importantissimo». --© RIPRODUZIONE RISERVATA