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Superfragile piombinese contagiata mentre aspettava il vaccino: «Ho avuto paura, ma ora mi riprendo la vita»

Alessandra Taddei col suo cane Zeus

Alessandra Taddei è di nuovo a casa dopo il ricovero a Livorno. Ecco il suo racconto

PIOMBINO. Malattie autoimmuni molto serie le avrebbero garantito il diritto alla vaccinazione in via prioritaria. Il virus ha fatto prima. Portandola a un passo dal punto di non ritorno. Al rientro dal reparto livornese di Malattie infettive, Alessandra Taddei - 56 anni, impiegata dell’Ufficio Stato civile del Comune – racconta l’incubo da cui è appena uscita. «Il 15 marzo mi sono iscritta nella categoria dei superfragili del portale regionale. Quando avrei potuto prenotare, il 23 dalle 19, già avevo la febbre. Comunque, ho verificato e alle 19,30 i posti disponibili erano esauriti», spiega.

Il tampone conferma le paure. L’Usca – unità speciale di continuità assistenziale – comincia a seguire il caso. Per Pasquetta la situazione degenera. Febbre alta, tosse. Il respiro che manca. La corsa al Pronto soccorso di Villamarina. E la Tac che cancella ogni dubbio. «All’uscita dalla radiologia, c’era già un’ambulanza ad aspettarmi. I primi giorni – prosegue il racconto – li ho passati in subintensiva, poi il trasferimento nel reparto Covid e in seguito a Malattie infettive per la riabilitazione motoria e respiratoria». Flussi d’ossigeno continui, posizione prona. Due giorni col casco. E’ soprattutto in quei momenti, che Alessandra vede scorrerle davanti la vita, convinta che potesse sfuggirle cancellando sogni e progetti. Il pensiero fisso è ai figli Simone, Federico, Virginia, al marito Paolo Di Paola, alla sorella Rita e al padre Romano. Mamma Maria Dora se n’è andata tanti anni fa.


«La fede mi ha aiutato molto, insieme al sostegno che mi arrivava dal nostro parroco, don Mario Magni. Decisamente, la possibilità di comunicare quotidianamente con i miei cari attraverso il tablet, e quindi di vederli anche quando ero in rianimazione, mi ha dato tanta forza per andare avanti senza lamentarmi», dice Alessandra.
Mentre parla, l’emozione c’è ancora ed è forte, insieme al ricordo dell’umanità e della professionalità del personale. Medico e non. Quei sorrisi a fatica filtrati dalle protezioni scaldano il cuore dei malati mentre i contatti telefonici dei medici con le famiglie aiuta chi é fuori ad affrontare ogni giorno. «Sono angeli. Sembra una frase fatta ma é esattamente così. Anche a loro bisognerebbe pensare quando non si rispettano le regole, s’invocano aperture e si minimizza la portata della pandemia» continua la donna. In smar t working da un anno e mezzo, sempre attenta a indossare mascherine e a osservare il distanziamento. Eppure è accaduto.

Il 23 aprile, il ritorno a casa. Il riappropriarsi lentamente della propria vita ancora scandita dal controllo ripetuto della pressione, della saturazione, della febbre. Dalle attenzioni costanti dell’Usca. Ma anche dalle coccole di Milù, Trilly e Zeus, i gatti e il cane di casa. Degli amici, dei colleghi e dei parenti che vanno sotto le finestre per salutarla. Che telefonano o messaggiano. Alessandra ringrazia tutti. In particolare le dottoresse Gianna Falchi e Giuseppina Di Lalla del Pronto soccorso di Villamarina e lo staff dei reparti livornesi in cui ha vissuti quei giorni drammatici che si sta mettendo piano piano alle spalle. Presto ci sarà un nuovo tampone, in attesa, tra un paio di mesi, di poter fare il vaccino. «Questa esperienza mi ha cambiato molto la vita. Quando tocchi il fondo e sei convinta di non tornare più in superficie – conclude – capisci che non vale la pena prendersela per tante cose, di vivere in affanno». —

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