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Coronavirus, l’incubo di Massimo Lami: «Ho rischiato grosso, potevo finire come mamma»

Il sindacalista piombinese è fuori pericolo, ma resta ricoverato nel reparto Covid dell’ospedale di Cecina. Il suo racconto

PIOMBINO. Il peggio è passato. Ma la battaglia contro il virus è stata dura e dall’esito non scontato. Massimo Lami, sindacalista piombinese dell’Usb, è fuori pericolo, ma resta ricoverato nel reparto Covid dell’ospedale di Cecina. Per giorni ha respirato con l’aiuto del casco, con nel cuore il dolore per la mamma Liria, morta alla fine di marzo dopo essere risultata positiva al Covid. Massimo, la sua compagna, il fratello Mirko e gli altri familiari sono finiti in quarantena e sono stati sottoposti al tampone. Massimo è risultato negativo al primo esame, ma dopo alcuni giorni si è sentito male, ha avuto una febbre alta che, soprattutto di notte, non lo abbandonava. Per una settimana è stato in isolamento nella casa della madre. Poi il ricovero a Cecina, dove si trova da giorni. «Se ho avuto paura? Certo, temevo davvero di lasciarci la pelle. Ho passato giorni difficili, il medico mi ha spiegato che sarei potuto morire. Ora sono quasi fuori pericolo». Parla al telefono, la voce è bassa e un po’ affaticata. Ma il sindacalista vuole raccontare la propria esperienza. «Dopo il ricovero di mamma io e i miei familiari siamo stati messi in quarantena, la febbre mi è arrivata in quei giorni. A quel punto feci un altro tampone, che risultò positivo – racconta – mi isolai in casa di mamma. Stavo abbastanza bene, solo la notte mi veniva la febbre alta». Condizioni che, in un primo momento, non sembravano drammatiche: «È stato mio fratello a chiamare il pronto soccorso quando una mattina stavo peggio – racconta Massimo – ma quando arrivai in reparto i medici erano quasi arrabbiati perché non pareva che avessi bisogno del ricovero, stavo benino. Mi hanno fatto gli esami e a quel punto mi hanno detto: “Te stai buono, rimani qui”. È stata la mia fortuna».

L’esperienza nel reparto Covid di Cecina è stata dura. «Il medico mi ha applicato una maschera per ossigenarmi, era sabato 3 aprile – racconta – da allora sono stato per cinque giorni attaccato a questa macchina che spingeva ossigeno. È stato pesante portare la maschera, tutto è fastidioso e rumoroso. Ma i dottori mi hanno detto che ho rischiato la vita, ne è valsa la pena: i miei polmoni erano messi male».


Fortunatamente l’ondata di piena è passata. E Massimo ha tenuto botta. «Ora sto bene – dice – riesco a parlare abbastanza bene, non so neanche se sono stanco perché non vado a giro. Resto qua nella mia stanza, riesco ad andare in bagno da solo. Per fortuna ho trovato dei professionisti eccezionali. Non mi è mancato niente né dal punto di vista sanitario che umano».

L’esperienza è stata forte e la battaglia non è ancora conclusa. Uno abituato alle battaglie come Lami si è trovato a dover fronteggiare un nemico diverso. Più subdolo. «Il Covid ti cerca, ti piglia lui e non ci fai niente – spiega – per questo occorre fare tanta attenzione. Io stavo bene, avevo solo un po’ di febbre. Sono venuto qui con le mie gambe, mi hanno messo a sedere dicendomi: “Te non vai da nessuna parte”. Non me lo sarei mai aspettato, ma stavolta ci potevo lasciare le “bucce”. Questa cosa la vita me la cambia, è sicuro. Ma piano piano ne uscirò fuori». —

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