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Delitto di Venturina, una carriera scolastica eccellente poi quel male oscuro: ora è sorvegliato a vista in carcere

Francesco Biagi, 28 anni, viene portato in carcere dai carabinieri dopo l’omicidio del padre

Venturina: il giovane che ha accoltellato a morte il padre non reagisce. In carcere temono che possa fare del male anche a se stesso. La madre è una stimatissima insegnante

PIOMBINO. Il mistero non è sulla causa di morte o sulla dinamica. La prima andrà accertata con l’autopsia, la seconda con la conclusione delle indagini. Ma sono dettagli, tessere del mosaico, elementi necessari per mettere ordine nel caos del delitto.

Il vero mistero, l’unico tassello mancante della tragedia avvenuta sabato al numero 13 di via Udine, zona residenziale di Venturina, è nella mente di Francesco Biagi.


La risposta va cercata nella testa di questo ventottenne che, una mattina, si alza e pianta un coltello nel cuore del padre perché «volevo dormire». Così aveva detto Francesco ai carabinieri che gli chiedevano per quale motivo avesse accoltellato il padre Stefano Biagi, 64, ucciso sotto gli occhi della madre Caterina Iannello, 62.

Ma ottenere una risposta da Francesco è difficile anche per il suo avvocato. «Guarda, questo è il tuo avvocato», gli ha detto un carabiniere a Livorno prima del trasferimento in carcere. Ma lui ha continuato a osservare un punto indefinito, nel vuoto. Alberto Moschini, il suo avvocato, ha provato a penetrare in quel muro invisibile: «Francesco, hai capito? Vuoi dirmi qualcosa?». Lui è rimasto in silenzio con un’espressione quasi sorridente, apparentemente serena, sicuramente distaccata da tutto e da tutti. La stessa espressione di quando i carabinieri lo hanno portato via da casa sua e lo hanno messo in macchina.

Da allora, Francesco è alle Sughere in attesa dell’udienza di convalida. È in isolamento e sorvegliato a vista, perché si teme che ora possa fare del male a se stesso e questa è la fase più pericolosa. Oggi o più probabilmente domani ci sarà l’udienza di convalida davanti al giudice delle indagini preliminari.

Nel frattempo il sostituto procuratore Massimo Mannucci ha già disposto l’autopsia, che si svolgerà a Pisa in questi giorni.

Autopsia che, come dicevamo, non dovrà sciogliere chissà quali dubbi. Non è un giallo la morte di Stefano Biagi, impiegato della Magona, uomo benvoluto e stimato. Si dovrà solo accertare se quel coltello con una lama di 20 centimetri, che lo ha colpito a un fianco, abbia raggiunto o meno il cuore. L’uomo, lo ricordiamo, dopo quasi un’ora di agonia era morto prima che venisse caricato sull’elicottero e portato all’ospedale.

Il mistero non è in quella ferita ma in un’altra, invisibile ma forse ancora più profonda. È nella mente del figlio. E dovrà essere risolto da uno specialista. Quelli che ci hanno provato finora non ci sono riusciti.

Francesco soffriva di una qualche forma di depressione da circa un anno e mezzo o due. Studente brillante, si era laureato in ingegneria biomedica e aveva vinto alcuni concorsi tra cui uno per un dottorato al Cnr di Pisa. Una carriera scolastica eccellente, una famiglia normalissima, nessun problema economico.

Eppure qualcosa non lo rendeva felice, non sembrava mai soddisfatto, c’era un male dentro di lui. Un disagio che forse, all’inizio, era stato sottovalutato. Fino al 31 marzo dello scorso anno, quando esplose la sua rabbia. Anche quella volta contro suo padre. Fu un primo campanello d’allarme quello scatto d’ira. Non spuntarono coltelli, non ci furono feriti, ma fu una lite più grave del solito tanto che la madre telefonò ai carabinieri chiedendo aiuto.

Da allora, Francesco era seguito dal servizio di igiene mentale dell’Asl. Ma lui non collaborava. Non andava agli appuntamenti con lo psichiatra, rifiutava quel tipo di aiuto. Eppure, secondo quanto ha spiegato la madre sia ai carabinieri che all’avvocato, da quell’episodio non era più successo nulla del genere. L’Asl intanto aveva provato a cambiare psichiatri (prima il dottor Giorgio Albanesi, poi la dottoressa Paola Guglielmi), ma lui si ostinava a non curarsi. Però non aveva più avuto scatti di rabbia. Sembrava che stesse bene anche l’ultima settimana compreso venerdì, la festa del babbo. Nessun segnale apparente, niente di eclatante.

E invece sabato, alle 8,30, la collera è esplosa un’altra volta. Incontrollabile e letale. La madre era in un’altra stanza quando Francesco ha afferrato un coltello da cucina e lo ha piantato nell’emitorace sinistro del padre. Un colpo solo, in base a un primo sommario esame esterno. Un colpo solo, ma secco e potente. Definitivo. E quando sono arrivati i soccorritori, chiamati dalla madre prima che la donna quasi perdesse i sensi dallo choc, Francesco è rimasto lì. Immobile, lo sguardo assente. Ai carabinieri che gli chiedevano perché lo avesse fatto, lui ha risposto: «Io volevo dormire».

Una famiglia distrutta. Sono rimaste sole le due donne di casa. La madre Caterina, stimatissima insegnante di chimica all’Iti di Piombino; e la sorella Martina, 25 anni, studentessa a Roma, rientrata di corsa non appena ha saputo. Parenti e amici stanno facendo il possibile per sostenerle, anche tutta la comunità si è stretta attorno a questa famiglia dove, in ogni caso, sono tutti vittime. —

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