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"San Vincenzo, così è nata l’overdose di cemento". Parla l'ingegnere che lanciava l'allarme nel '69

Una veduta aerea dell’abitato di San Vincenzo nel 1968

Il rischio evidenziato già in una tesi del 1969. Lo storico Pazzagli: «Così è una periferia, non un paese di mare»

È il dilemma urbanistico di San Vincenzo: il rapporto tra qualità del turismo e sviluppo edilizio. Pressione figlia del successo delle seconde case per le vacanze al mare. Risultato di una costante negoziazione di interessi tra Comune e privati. Principale forza che ha plasmato l’economia locale, con le imprese sempre più legate all’edilizia e ad attività stagionali. Sono passati 51 anni da quando un giovane aspirante ingegnere civile nella sua tesi di laurea studiava la realtà sanvincenzina arrivando a una conclusione lapidaria: «Sotto certi aspetti sembra di essere in un lembo di periferia cittadina invece che in una località balneare». Francesco Michelotti, alla soglia degli ottant’anni, ha assistito all’overdose da cemento e non è per nulla contento di aver avuto ragione. «Non si è mai stabilito quale tipo di turismo favorire – dice – e così si è favorito uno sviluppo di tipo speculativo, che è tutt’altro dalla qualità».

Rispolverare un lavoro datato ha un senso? Lo abbiamo chiesto allo storico Rossano Pazzagli, ex sindaco di Suvereto e docente all’Università del Molise. «Inquadrare la vicenda giudiziaria contingente su una linea di lungo periodo, aprendo il tema delle responsabilità politiche che sono più grandi di quelle personali legate a singoli episodi è necessario – sostiene Pazzagli –. In questa visione si capisce che andrebbe arrestato il sistema, più che le persone, che anche se è tardi è finalmente il tempo di cambiare rotta».

Torniamo all’ingegnere Michelotti che, dopo una vita in giro per il mondo a occuparsi di centrali idroelettriche, con la pensione si è radicato a San Vincenzo, suo paese d’origine. «Qualunque affermazione si facesse all’epoca come oggi è sempre stata presa come un’osservazione politica», sottolinea. Nella sua tesi ricostruiva le due direttrici dell’espansione urbana: quella nord-sud e l’altra lungo via del Castelluccio. In entrambe a spingere è stata l’iniziativa privata, con l’obiettivo di investire in immobili i guadagni realizzati durante il periodo balneare. «Ciò aveva generato un certo benessere economico – afferma riferendosi agli anni Sessanta – stimolando così la ricerca di ulteriori fonti di guadagno turistico, quali la costruzione di ristoranti, alberghi, pensioni, nuovi stabilimenti balneari». Un impeto edificatorio «fatto di camere e cucinette da affittare. Scarsa la qualità degli edifici e poca attenzione estetica – prosegue –. Tutto ciò ha logicamente portato alla creazione di un’edilizia popolare di scarso livello estetico e priva di funzionalità, che ha permesso in seguito il dilagare di una accentuata speculazione, non sempre energicamente controllata dagli organi competenti».

Quando fece la sua tesi ricorda che nel centro del paese «ogni ritaglio di terreno vedeva sorgere costruzioni anche a più piani in spazi angusti, edifici addossati l’uno all’altro. C’erano già i palazzoni in via Lucca e corso Italia. E già all’epoca mi lasciavano perplesso, in un paese di mare. Tra l’altro edifici imponenti in un tessuto di villette senza che rappresentassero un segno architettonico. Almeno quello avrebbe lasciato un valore aggiunto al territorio. Invece, si è assistito a una corsa al volume, non ispirata dalla bellezza. E che mai ha favorito la residenza».

San Vincenzo già negli anni ’50 cominciò a essere un paese a due facce. D’estate città lineare, schierata lungo il mare, dalla Conchiglia a nord al villaggio Riva degli Etruschi a sud. La parte a monte della ferrovia, il Paese Nuovo, era un’appendice periferica. D’inverno, invece, il paese sembra che «ruoti di 90 gradi e la sua vita è tra il paese vecchio e il paese nuovo, con due enormi appendici periferiche a nord e a sud formate dai quartieri turistici semi-deserti», affermavano gli architetti Luigi Gazzola e Italo Insolera nel libro “Parchi naturali. L’esperienza di Rimigliano”, del 1982. Lo ricorda Pazzagli nel suo libro “Mare di gente”, in cui ricostruisce il turismo di massa a San Vincenzo. Oggi quella faccia invernale è ancora più cupa di allora. Pesano i cambi di costume, la crisi del commercio, le scarse opportunità di lavoro.

«È necessario prendere coscienza di ciò che è stato e serve invertire la rotta – dice il professor Pazzagli –. Mettiamo da parte le eventuali responsabilità individuali, la giustizia farà il suo corso. Serve un’assunzione chiara di responsabilità politica». C’è una sottolineatura che non deve sfuggire. «Le politiche che hanno portato alla situazione attuale non le puoi condannare a priori, c’erano aspetti complementari. Negli stessi anni in cui si è sviluppata La Piana hanno portato alla nascita del parco di Rimigliano e fermare le costruzioni sul mare, arrestando un’espansione verso sud che era iniziata già in epoca fascista. Il prezzo della costa salvaguardata è stata l’urbanizzazione della collina». Che aggiunge: «Si è assistito agli effetti di un’urbanistica non solo contrattata ma gonfiata, penso alle previsioni di sviluppo demografico, per giustificare delle case vere – sottolinea –. Una tradizione distorta di urbanistica contrattata che ha San Vincenzo ha trovato terreno fertile e che è una pratica da interrompere. Si pensi che la prima lottizzazione è degli anni Venti. Sul piano politico le responsabilità sono enormi, le strategie urbanistiche che a un certo punto sono divenute una sorta di senso comune». E conclude. «I processi culturali hanno tempi lunghi ma quanto accaduto deve far dire uno stop. Quello che deve cambiare è il modello di turismo, va sganciato dall’ossessione dei flussi. Si deve passare da una logica quantitativa a una qualitativa, considerando San Vincenzo come la destinazione di un territorio più grande per un’offerta meno concentrata e legata alla sola risorsa mare». —


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