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Dai primi tuffi alla Botte al leggendario Penna: un rito per generazioni di piombinesi

Penna Bianca si lancia dalla panchina di piazza Bovio (foto Archivio 3 Delfini)

Lanciarsi dalla scogliera e volare in mare: i luoghi più famosi, i personaggi e i ricordi. Il nostro racconto

Nel suo celebre “David Copperfield”, lo scrittore e giornalista Charles Dickens scrisse che «quando bisogna fare un tuffo nell’acqua, è inutile rimanere a contemplarla dalla sponda». Il grande Gianni Brera, qualche anno dopo, a proposito dei tuffi dal trampolino spiegò che «in questa disciplina, peraltro onorata dal coraggio e dalla grazia, gli uomini si ingegnano di mimare i gabbiani e qualsiasi altro uccello usi tuffarsi in picchiata per catturare un pesce a tutto becco». Alla Quebrada (letteralmente “crepaccio”) vicino ad Acapulco, da quasi un secolo c’è il rito dei tuffi spettacolari nel Pacifico. Là si salta da una quarantina di metri dopo essersi fatti il segno della croce davanti alla cappella dedicata a Nostra Signora di Guadalupe. La scogliera messicana è stata resa celebre anche da numerosi film hollywoodiani.

Nella nostra piccola Piombino non ci sono troupe cinematografiche, non ci sono cappelle e non ci sono neanche quelle altezze. Ma quello del tuffo è comunque un rito consolidato, un qualcosa di istintivo e genetico. È una specie di iniziazione, di crescita. E questo ben si comprende per chi nasce, vive e muore di fronte al mare.


Il tuffo è una delle poche cose che si tramanda di generazione in generazione. Con stili diversi, con dinamiche diverse, secondo abitudini e modi di socializzare diversi. I tempi sono cambiati eppure, dalla Botte al Falcone, passando dalla Rocchetta, anche oggi i ragazzi seguono questo percorso. Resta fuori dal giro quello che più si avvicina al concetto di tuffo messicano, spettacolare quanto rischioso: il tuffo dalla panchina. Il re di questa specialità, il leggendario Penna Bianca, al secolo Luigi Marchesi, è morto tre anni fa. Gli altri compagni di avventura sono invecchiati e oggi, tranne qualche rarissimo e sporadico incosciente (perché ci vuole una bella dose di incoscienza per tuffarsi da lì), nessuno sembra aver raccolto il testimone.

In una città di mare è normale tuffarsi. In una città promontorio, con alte scogliere, lo è ancora di più. Ma a Piombino è dunque una specie di istituzione. E c’è una mappa ben definita e riconosciuta.

Il primo tuffo della vita un piombinese lo fa dalla Botte o dalla Damigiana, due scoglietti a pochi metri dalla riva, davanti alla spiaggia rocciosa sotto viale Amendola. Spiaggia di sassi e di rocce, palestra naturale per prendere confidenza con l’ambiente marino, con i pesci e i ricci, le lampade e i granchi. Per imparare a nuotare. E per provare il primo brividino del tuffo. Dalla Botte e dalla Damigiana si lanciano bambini molto piccoli. Prima accompagnati dai genitori, che li abituano a vincere la paura. E poi da soli. Fino a sette, otto, dieci anni. Poi quei due amici scogli non bastano più.

E allora altra spiaggia, altro mare, altre scogliere. Il secondo step è la Rocchetta, lo sperone di sinistra sul quale è appoggiata piazza Bovio. Ci sono tre livelli: primo, secondo e terzo “scalino”. Man mano che si impara, che si cresce, che si vince la paura, si sale verso la sommità della Rocchetta. Il mare là sotto è abbastanza profondo, non si rischia granché. Al massimo, si può sfiorare uno scoglio con i piedi, risalendo. E se hai proprio sfortuna, puoi beccare qualche spina di riccio.

Diverso il discorso per l’ultima tappa del nostro percorso: il Falcone. La piattaforma è accanto alla Casamatta. Profondità dell’acqua, sei-sette metri. Altezza dal punto di salto, una quindicina di metri. Per tuffarsi di testa bisogna saperci fare. Una panciata da quell’altezza fa male. E infatti quasi tutti si tuffano a candela, cioè entrando in verticale ma con i piedi. Anche quelli frizzano se sbagli l’ingresso in acqua. Per questo molti ragazzi si tuffavano con le scarpe a tennis, le Superga. Oggi è cambiata solo la marca delle scarpe, non l’abitudine a indossare calzature. «Sì, ma negli anni Settanta-Ottanta lì non c’erano gruppetti, c’era una folla di gente – dice Roberto Allori – Soltanto il nostro gruppo del Villaggio Cavalleggeri era formato da una trentina di ragazzini dai 12 ai 15 anni, tutti figli di operai che abitavano lì. Io c’ero fisso e con me i più assidui erano Paolo Bonistalli, Roberto Francini, Marco Tucci e altri. Si partiva a nuoto dalla spiaggia di Calamoresca con i fucili da sub, perché eravamo tutti appassionati di pesca subacquea. Tutto il pescato poi lo portavamo alle nostre mamme che ci facevano il cacciucco. La cacciuccata del sabato era organizzata a rotazione a casa di questo o di quello. Dicevo, si partiva da Calamoresca, si pescava un po’, poi arrivavamo sotto la Casamatta. Ci toglievamo maschera, pinne e cannello, ci arrampicavamo su e cominciava la gara dei tuffi. Per almeno un’ora ci sfidavamo a chi si tuffava più in alto e meglio. Il punto più alto era ed è quello accanto alla Casamatta. Ce n’è un altro anche prima, con un’altezza minore ma anche con l’acqua meno profonda. Dalla Casamatta i più si buttavano con le scarpe. Qualcuno a picco. I fratelli Marsili, Sandro e Claudio, erano molto bravi a tuffarsi ad angelo. Ricordo che un’estate sul fondale c’era un motorino e dovevamo stare attenti a evitarlo. Poi l’estate successiva non c’era più, non so se lo levarono o se fu portato via da una mareggiata. Comunque lì il fondale è sui sei-sette metri e il punto più alto per i tuffi una quindicina. Quando ti buttavi dovevi prendere le mire, per evitare gli spunzoni là sotto. Ti davi uno slancio, non troppo sennò andavi dall’altra parte, e cercavi di tuffarti verso il largo. Se ci ripenso… E infatti spesso si faceva anche un’altra gara, quella per scappare dai genitori che ci venivano a prendere. Quante corse mi ha fatto fare babbo». Non solo tuffi, dice Allori: «Ricordo che al Falcone, là sotto, via via si trovavano le spolette di qualche ordigno bellico. Una, ricordo, era incastrata in un crepaccio, fuori dall’acqua. Altre volte una pallottola, un elmetto, beh a quei tempi si andava nei bunker a cercare la roba della guerra».

Dal Falcone alla Rocchetta e viceversa. Il percorso finale era questo: la Casamatta e il terzo scalino della Rocchetta. E poi c’erano i fuoriclasse, gli arditi, i più incoscienti. Ma anche i più bravi. Su tutti, il già citato Penna Bianca. Magonista, pugile, pescatore, Penna era davvero il re dei tuffi. «Era il migliore, anche se una volta raccattammo anche lui» dice Alessandro Bertozzi.

“Il Bertozzi” a Marina è come un sindaco. Pescatore, da giovane uno dei migliori sub, ora si cimenta solo dalla barca ed è una specie di Bernacca perché nessuno azzecca le previsioni come Meteobertozzi. Il Bertozzi è anche un grande conoscitore di personaggi e di storie della vecchia Marina. Ma non era un tuffatore: «Io mi buttavo dal primo scalino della Rocchetta, al massimo. Se mi dai le pinne faccio il giro dell’arcipelago, ma il tuffo non fa per me. I tuffatori erano altri. Penna, ma anche il compianto Antonio Pepoli, morto tanti anni fa in Algeria, Sergio Serena, Alfonso Valentino detto Manila, Mario detto Il Toro di cui non ricordo il cognome e pochi altri ragazzi di quegli anni. Il Penna si buttava sia dalla Rocchetta che dalla panchina. Fisico eccezionale, si è tuffato fino all’ultimo. Dalla panchina se non stai attento ti fai male davvero».

Il volo è di diciassette metri e mezzo e la vista da lassù, in piedi sulla spalletta, fa paura. Non solo devi darti lo slancio giusto, non solo devi centrare l’unica buca che c’è fra gli scogli, ma devi anche saper entrare in acqua. «Se ti tuffi ad angelo – prosegue Bertozzi – salti, fai una specie di flessione in cui con le mani ti tocchi i piedi, poi ti distendi a braccia aperte. Se calcoli male i tempi prendi una panciata che te la ricordi per tutta la vita. Il Penna panciate non ne ha mai prese. Ma un’estate si fece male lo stesso. Ricordo che eravamo al mare lì al piazzale d’Alaggio quando vedemmo spuntare tutto trafelato Aldo Agroppi: “E’ cascato il mi’ zio, aiutatelo, ce l’avete una barca?”. Dé, lì per lì ci si rise. Ce l’avremo avuta una barca? Era pieno di barche! Comunque io e un altro andammo a recuperare il povero Penna che stava nuotando e si era aperto una spalla. Era successo che aveva fatto un primo tuffo e come al solito aveva attirato un capannello di gente. In particolare c’erano delle turiste francesi che si erano appassionate. E sai com’è… Sicché il Penna si tuffava e risaliva la scogliera, si rituffava e risaliva ancora, finché non venne giù un sasso e lui cadde male. Lo portammo lì accanto, al Centro velico, dove c’era già un’ambulanza. Passò l’estate all’ospedale. L’anno dopo era ancora lì, in costume e ciabatte, in mezzo a tanti ragazzetti e turisti che gli chiedevano di fare un tuffo. E lui accontentava tutti. Qualcuno faceva anche ironia, soprattutto considerando l’età avanzata. Ma era solo invidia. Tutti avrebbero voluto essere come lui. Grande Penna. Ora ogni tanto qualche bimbetto si butta dalla panchina, ma a candela. Poi qualcuno chiama la polizia e loro scappano. Ci si tuffa anche oggi, ma i grandi tuffatori della panchina non ci sono più». —

Un tuffo dal terzo “scalino” della Rocchetta, lo scoglio sul quale si appoggia piazza Bovio (foto Archivio 3 Delfini)

bambini e ragazzini imparano a tuffarsi dalla Botte

bambini e ragazzini imparano a tuffarsi dalla Damigiana

bambini e ragazzini imparano a tuffarsi dalla Damigiana

bambini e ragazzini imparano a tuffarsi dalla Damigiana

Un ragazzo si tuffa dalla Rocchetta (foto Eugenio Bucci)


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